futuro

 

La destra ha paura del futuro, la sinistra del passato. Occorre il coraggio di liberare il presente

Paura e odio sono le due parole che hanno caratterizzato la politica e la vita sociale del nostro paese nell’anno appena trascorso, due parole che sono state usate ed abusate da tutti, due parole con le quali sono stati accartocciati e appallottolati eventi e circostanze per farne un’arma da scagliare contro l’avversario.
Un tutti contro tutti che ci ha catapultati in una guerra civile mai conclusa, pronti a evocare fantasmi di regimi e invasioni straniere, polarizzando le opinioni su posizioni specularmente estreme in quella grande echo chamber della comunicazione che sono i social, la cosiddetta nuova piazza che assomiglia sempre più a una nuova arena.
Alla radice di tutto c’è l’antico e mai sopito dualismo fra le paure della destra e quelle della sinistra. Attenti però, non parlo del dualismo fra destra e sinistra, ma del dualismo delle loro paure. La sinistra ha paura del passato, la destra ha paura del futuro, ma lo spazio dove queste paure si materializzano è il presente che, con questi presupposti, diventa una sorta di casa degli orrori dove spuntano fantasmi da ogni dove.


La paura della destra è antica quanto immobile. Essa teme il futuro, ha l’ossessione del vuoto, di ciò che gli antichi chiamavano horror vacui, e per questo si dice conservatrice, ma a volte si comporta da reazionaria. Per questo presta il fianco ai fantasmi del passato, perché non ha fiducia nel futuro.
La sinistra invece ha paura del passato, e per paura che torni quello sbagliato butta via anche quello che sbagliato non è, salvando solo ciò che potrebbe essere, o dovrebbe essere, appartenente alla sua visione del mondo. Per essere liberatoria a volte diventa libertaria e si ribella a qualunque cosa somigli a una regola.
In questo modo sia la destra che la sinistra finiscono per proiettare le proprie paure sul presente e, si sa, quando si è in preda alla paura non si riesce a dialogare, ad ascoltare le ragioni dell’altro perché l’altro o è il nemico o è il male, ma in nessun caso è il destinatario dei propri sforzi per costruire una società migliore. Anzi la società migliore è proprio quella in cui l’altro non c’è.
È da queste paure che si genera l’odio che, a sua volta, porta a polarizzare le posizioni e a creare una comfort zone nella quale ognuno, a seconda della propria convinzione, si trova a proprio agio e protetto dall’altro. È il trionfo dell’ideologismo, che è la prigione dell’ideologia. La società cosiddetta post ideologica non ha per nulla superato le ideologie, anzi le ha trasformate in fortilizi nei quali ritirarsi per sentirsi al sicuro e combattere l’avversario in branco.
Le ideologie non le abbiamo superate ma le abbiamo semplicemente scavalcate, come si scavalca un recinto per essere liberi. Ma liberi per cosa? Per andare dove? Verso una società nella quale ogni volta che si incontrano gli sguardi si incrociano le spade e, per rendere più nobile il duello, si ritorna nel recinto e si brandisce l’armamentario intriso di ideologismo novecentesco e lo si usa per combattere. È una resa che testimonia la nostra paura del presente, della fatica di leggerlo e interpretarlo nella sua complessità e nelle sue infinite sfumature.
È una resa che testimonia, però, soprattutto la mancanza di coraggio, e si sa che il coraggio serve a vincere la paura, ogni tipo di paura, sia quella del passato che quella del futuro. Oggi avere coraggio significa innanzitutto dialogare, riprendere a farlo senza scagliarsi addosso le munizioni del proprio apparato ideologico ma al contrario saper attingere dalle proprie radici culturali ciò che serve a edificare il bene comune.
Vorrei che l’agenda del 2020 recasse in cima alla lista delle cose da fare questo punto di programma. Fosse anche solo questo l’unico punto di programma del nostro paese, varrebbe la pena di mettersi a lavoro.
Buon anno e buon lavoro a tutti!

 

Francesco Addolorato