Per il ministro Boccia discutere di cenoni e feste con 600-700 morti al giorno è fuori luogo

Tristi bollettini dei contagi da Coronavirus si diramano in tutta Italia ricordandoci che non è finita e mentre che ci comunicano quotidianamente, come se fossimo in guerra, morti, dati e statistiche allarmanti, oltre che una situazione sanitaria al limite, c’è chi si preoccupa del Natale.
Ma è l’evento religioso e il rischio che il suo profondo significato possa perdersi che angoscia o è la giostra che intorno ad esso quest’anno sembra ancora non partire?
Fare compere prenatalizie on line non fa festa, celebrare la nascita più attesa della storia per i più non è chiaramente la stessa cosa senza parenti, amici, brindisi e cenoni.


Un intero sistema crolla ai piedi del più lampante fallimento del buon senso sociale ma negli ultimi giorni tema dibattuto resta quello delle festività natalizie.
È evidente, è necessario pensare cosa chiedere alla gente per queste feste, cosa riaprire, quando riaprire, se permettere almeno un cenone, anche perché è facile che se non sarà concesso sarà clandestino.
Apriranno i ristoranti e le pizzerie? Avremo la possibilità, magari come l’estate da non molto finita di un mordi e fuggi “liberi tutti”? Potremo vendere, comprare, girare quanto basta per distrarci? Giammai per contagiarci!
Tante le domande di chi sembra davvero aver già superato questa seconda ondata con successo, in barba alle impennate dei contagi, ai sanitari contagiati, ai ragazzi penalizzati, ai morti registrati, ai giovani intubati, ai privati in ginocchio. Dopotutto che importa se ci sarà una terza, una quarta o una quinta ondata di contagi, ci sarà sempre un medico disgraziato o qualche mal capitato infermiere che ci curerà tutti e se non lo faranno, perché non sarà possibile farlo, dopotutto, c’è sempre la cruciale e mai strumentale protesta in piazza, perché la sanità in Italia non funziona, perché la sanità in Basilicata è mal gestita.

Attenzione però, da vittime a “scienziati dell’orrido” il passo è breve e mentre chi si lecca le ferite, cova in sé già la metamorfosi che lo porterà ad essere convinto sostenitore dell’interessante teoria che vede il virus frutto di un complotto internazionale per far vendere i vaccini, c’è chi già esplicita il bipolarismo marcato di una società confusa e turbata, desiderando il vaccino ma rifiutandolo per sé, desiderando ardentemente che il virus sia arginato ma senza smettere di alimentarlo. Ciò notato, non perdiamo di vista il prezioso “qui e ora”, di cui tutti ora sembrano conoscere il valore e concentriamoci sul Natale.
“A gennaio arriva il vaccino suvvia possiamo permetterci il capodanno” schiamazzano dalla zona gialla. “Concedeteci di lavorare almeno a Natale” chiedono dalla zona arancione. “Siamo in questa situazione per colpa del Governo non per colpa nostra, restituiteci i nostri diritti” gridano dalla zona rossa.
Mentre in radio parlano di un Natale in famiglia, appena allargata ma giammai esagerata, “Sarà un Natale contenuto nei festeggiamenti in cui si cercherà di tutelare la serenità propria di questa ricorrenza e gli interessi degli esercenti” rassicura Conte. "Un Natale diverso, molto più sobrio” ci dice Speranza mentre d’altra parte ci preannuncia che è stato già istituito un comitato tecnico che valuterà l’eventualità di modificare per il mese di dicembre i criteri di assegnazione delle zone a rischio. Gli esperti corrono ai ripari e chiedono che la decisione di ridare respiro alle attività commerciali e al comparto della ristorazione, si accompagni almeno ad un aumento reale dei controlli ed eventualmente delle sanzioni da parte delle forze dell’ordine. Nella speranza che i controllori dello shopping non siano gli stessi che quest’estate controllavano le spiagge, tranquilla Italia i nostri interessi, o al meno alcuni, saranno tutelati.
Il pressing di chi vuole uno pseudo ‘liberi tutti’ per Natale aumenta, si susseguono tensioni social che chiaramente dividono ulteriormente il Paese e nel mentre, ecco che il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia per le sue dichiarazioni, troppo nette, troppo rigide, troppo coerenti, finisce in top ten tra i politici più antipatici ai tempi di questa singhiozzante pandemia: “Discutere di cenoni e feste con 600-700 morti al giorno lo trovo davvero fuori luogo - osa, sottolineando che l’Italia ha superato i 50mila morti per coronavirus - Mai come in questo momento abbiamo il dovere di evitare una terza ondata – sostiene il ministro – Seguire la messa, e lo dico da cattolico, due ore prima o far nascere Gesù Bambino due ore prima non è eresia. Eresia è non accorgersi dei malati, delle difficoltà dei medici, della gente che soffre" tuona il ministro alla videoconferenza con gli Enti locali – e poi incautamente e sfrontatamente ricorda - Il Natale non si fa con il cronometro ma è un atto di fede". Sacrilegio.
“L’Italia è un Paese con una grande capacità di reazione” si sente dire in giro. Se ci si riflette, seppur durante una pandemia, anche andare al mare, giocare a pallone, cenare in compagnia e sciare costituiscono una reazione, che evidentemente per qualcuno ha un senso più ampio del concetto di prevenzione e se tutto questo può superare lutti, ristrettezze economiche, ansie, disagi e consolare gli animi più affranti, certo, perché no.
Se a giugno ci si chiedeva come avremmo fatto senza le spiagge, è chiaro, a novembre non ci si poteva che chiedere come resistere a dicembre senza lo shopping prenatalizio, gli scii ai piedi o l’aperitivo in piazza.
In questa Repubblica per cui è meglio un uovo oggi che una gallina domani, fondata sull’economia mordi e fuggi, che si rifiuta di imparare dagli errori pregressi, con il vizio di sorvolare sul sacrificio di chi lavora negli ospedali con mezzi carenti, sui diritti dei più deboli, sulla morte, sulla salute di chi intubato o in quarantena vive solo il suo dolore, cos’altro potevamo aspettarci?
Ciò nonostante Natale resta tempo di speranza, così, il detto popolare “A Natale con i tuoi, a Pasqua con chi vuoi” che mai come quest’anno per gli anticonformisti suona come un’antipatica costrizione, si trasforma in un mantra, per gli ingenui in una speranza, per i credenti in una profezia.

 

Silvia Silvestri