Il premio è stato consegnato come "miglior film del 2019", attuale e travolgente

Il film Rwanda presentato in anteprima alla 75ª Mostra del Cinema di Venezia il 1 settembre del 2018, il 16 giugno 2019 ha vinto a Matera, città capitale della cultura 2019, il premio giuria web e il premio miglior film in occasione del Voce Spettacolo Film Festival e di recente ha conquistato l'African Diaspora Cinema Festival aggiudicandosi il premio "miglior film 2019", in quanto pellicola più rappresentativa della diaspora dei popoli africani. Ambientato nell'Aprile 1994, Rwanda, parla della devastazione subita dalla piccola repubblica del Centro Africa a causa del genocidio più drammatico della storia dell'umanità. Oltre 800.000 vittime in soli 104 giorni. La storia che racconta come gli Hutu furono portati a massacrare senza pietà i Tutsi, è stata portata in scena per la prima volta 25 anni dopo il reale accaduto da Marco Cortesi e Mara Moschini in teatro e solo dopo al cinema, dove i due brillanti attori si sono ritrovati a vivere i panni dei protagonisti africani di questa storia dei quali magistralmente hanno narrato le vicissitudini: Augustin, giovane operaio Hutu e Cecile, maestra di scuola elementare Tutsi. Avvincente e particolarmente attuale la trama di Rowanda apre la mente a riflessioni contemporanee ed offre una prospettiva alternativa, applicabile a qualsiasi altra storia di guerra conosciuta, supportata da un messaggio d'indipendenza mentale prima ancora che politica o sociale. Augustin nel film non vorrebbe uccidere nessuno, ma in quanto Hutu è obbligato a prendere parte ai massacri fino a quando il destino lo porterà ad incontrare Cecile, sopravvissuta al massacro, e con lei a fare la differenza.

L'attualità della "scelta" dei due protagonisti della storia è palesemente ed indubbiamente ancora attuale. Non c'è un tempo in cui si può confinare la scelta di rischiare la propria vita per aiutare altri esseri umani. Il film evidenzia l'importanza di fare la cosa giusta comunque è sempre, nonostante quello che viene imposto ed ordinato. Il messaggio che torna e che resta dalla storia di Rwanda e da tante altre storie del passato è questo: ognuno di noi è molto più potente di quanto crediamo e può fare la differenza, cambiando la storia ed anche mutando il male in bene. Abbiamo chiesto all'attrice Mara Moschini cosa ha rappresentato per lei personalmente il ruolo che ha interpretato: «Spesso mi fanno questa domanda: come ho interpretato, attrice bianca, con quali emozioni e sentimenti, il ruolo di una madre rwandese, Cecile, che deve salvare la propria bambina. Sul set abbiamo avuto un vantaggio: oltre alle 480 comparse c'erano alcuni rwandesi che sono sopravvissuti al genocidio. Allora ci siamo messi in ascolto e abbiamo chiesto ai testimoni di raccontare: emozioni, paure, sentimenti. Il segreto è stato ascoltare e interpretare quei racconti. Sono situazioni fuori dalle nostre esistenze; anche nel mondo del teatro e della recitazione si dice che si può interpretare solo ciò che si è vissuto e nessuno di noi, se non molto raramente, ha provato sulla propria pelle pagine così drammatiche come un genocidio. Non hai nulla nella tua memoria che ti permetta di ricordare per interpretare. L'unica cosa è mettersi in ascolto ed essere guidato, quasi diretto, dai sopravvissuti. Un'infermiera rwandese, Odette ci ha spiegato come agivano durante quei terribili giorni. Le donne rwandesi cercavano le bacche velenose da far ingerire ai propri bambini per ucciderli e sottrarli al machete. Nel film descriviamo morti rapide con il machete – un colpo e basta - ma non è stato così durante il genocidio. Il machete era l'inizio di una tortura lunghissima e al limite dell'inconcepibile. In un libro che si intitola "Il libro delle ossa" un sopravvissuto racconta: "un uomo è difficile da uccidere, con un machete non lo uccidi subito, è un lavoro fisico, tanti tanti colpi, un'agonia terrificante" Quindi la mia risposta è: ascoltare e lasciarsi guidare». Mentre abbiamo voluto chiedere a Marco Cortesi cos'è e come definirebbe "la scelta differente" anima del lungometraggio Rwanda: «La scelta è stata davvero differente. Quando abbiamo iniziato a proporre lo spettacolo sul Rwanda ci rispondevano:"ma perché non fate quello sulla Bosnia? È una storia che con interessa, più vicina a noi" Il Rwanda? "può non interessare ai nostri spettatori... No grazie". Il "no grazie" era la risposta educata.. In realtà la più vera era "la storia dei negri non ci interessa". La cosa davvero bella è che Rwanda racconta anche la nostra storia: abbiamo incontrato un vero e proprio razzismo culturale, inquietante. Le rabbie, anche intime e personali che covano negli animi di tanti devono trovare un caprio espiatorio: L'altro, il migrante, il gay. Questo sta accadendo ora, qui, in Italia. Non si è capaci, non si riesce, si è pigri? Le cose non sono andate come si immaginava? La colpa è dell'altro. È inquietante. Ecco perché fare una scelta differente, sempre, è importante».

 

Silvia Silvestri


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