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Giuseppe Vairo, il patriarca della Lucania nel libro di don Giustino D’Addezio

 

Nel mio continuo camminare tra i luoghi della terra di Lucania, qualche tempo fa, mi sono trovato nella bellissima Muro Lucano. Il desiderio era quello di conoscere un sacerdote, che rappresenta la memoria storica e religiosa di questo luogo, Giustino D’Addenzio, chiamato da queste parti semplicemente don Giustino. Un lungo cammino pastorale di ben cinquant’anni di vita sacerdotale. Una vita pastorale intensa e poliedrica, che gli ha permesso di diventare punto di riferimento dell’intera comunità murese e non solo. Laureato in sacra teologia, pedagogia e in diritto canonico e civile. Tanti e diversi incarichi canonici come quello di direttore diocesano del settore catechistico scuola e insegnamento della religione cattolica.

Dal 1987 al 2010 nominato dai Vescovi anche Direttore regionale. Assistente Diocesano di Azione Cattolica. Alla mia unica domanda: cos’è la fede ai giorni nostri, con fare semplice e silenzioso, richiamando l’attenzione del suo fidato Michele, mi donava un volume di ben oltre 600 pagine dal titolo “Il Vescovo…Arcivescovo Giuseppe Vairo” finito di stampare nel giugno 2011. Autore Giustino D’Addezio. Poi mi dice: “qui c’è tutto quello che desideri sapere e le risposte che cerchi sulla fede”. Poi uno sguardo intenso tra di noi, il mio chinare la testa su quelle pagine con forte impulso e il desiderio di conoscere il valore del dono. Un primo sguardo, nelle more, cade a pagina 313 nel capitolo Antologia dei testi.

“La libertà, invero, non è un valore assoluto, fine e norma per sé stessa, ma è la condizione essenziale, perché l’uomo raggiunga la verità e il bene e consegua la sua perfezione” Monsignor Giuseppe Vairo, scomparso il 25 luglio 2001 è tra le figure più significative dell’episcopio meridionale della stagione post-conciliare. Calabrese di nascita. Nasce a Paola il 24 gennaio 1917. Compie gli studi nel seminario diocesano di Cosenza e negli atenei Pontifici “Pio XI” di Reggio Calabria e “Pio XI” di Catanzaro. Viene ordinato sacerdote nel giugno 1940. Svolge il proprio ministero nella parrocchia di SS Annunziata di Paola come vicario cooperatore. Vescovo a 44 anni conosce pastoralmente un vasto territorio del Sud D’Italia, in particolare la Lucania.

Ausiliare di Monsignor Aniello Calcara, Arcivescovo di Cosenza, di cui era vicario generale, è nominato amministratore apostolico della stessa arcidiocesi alla sua morte. Trasferito alle chiese di Gravina e Irsina all’inizio del 1962, partecipa a tutto il Vaticano II. Da Arcivescovo Metropolita di Acerenza, dal marzo 1973 fino a novembre 1976, è Vescovo di Melfi-Rapolla e Venosa, e successivamente la nomina ad Arcivescovo Metropolita di Potenza- Marsico Nuovo e Vescovo di Muro Lucano. In queste diocesi si insedia nel gennaio 1978. Nell’anno accademico 1997/1998 insegna antropologia teologica, escatologia e teologia trinitaria presso il Seminario Maggiore di Basilicata. Successivamente per motivi di salute si trasferisce definitivamente presso la casa anziani “Oasi San Gerardo Maiella” in Muro Lucano, assistito tra i tanti proprio dal suo vecchio amico Giustino D’Addezio. Un ricco magistero. Una grande personalità al servizio della chiesa, della fede infinita verso i poveri, verso proprio quella Lucania che lo aveva accolto con curiosità e silenzio all’inizio del suo cammino pastorale.

Il volume consegnato da Don Giustino, nelle mani di Papa Francesco, lo scorso 17 aprile, raccoglie pensieri, parole, osservazioni di un Arcivescovo definito dai Lucani stessi il Patriarca della Basilicata. L’autore, Don Giustino, attuale Presidente del Capitolo Concattedrale di Muro Lucano, con queste pagine intende iniziare una inchiesta diocesana per un processo canonico, che possa aprire un percorso di beatificazione. Nove capitoli da leggere con attenzione e per un certo verso anche con devozione per quello che questo piccolo uomo è riuscito a donare a questa terra ancora dilaniata da povertà, spopolamento e da uno sviluppo soltanto promesso e mai attuato. Ci sono pagine di grande intensità non solo filosofica, ma di illuminante fede. Un percorso chiaro e semplice per arrivare a toccare quella che Vario definisce la vera e unica verità, che si annida tra le pagine del vangelo. C’è quella parola “non dimenticare” tra le sue esortazione alla politica e alle istituzioni all’indomani del terremoto del 23 novembre del 1980.

Ci sono gli interventi al Concilio sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, sugli strumenti della comunicazione sociale, sulla libertà religiosa su cui si sofferma con maggiore attenzione dicendo: “Occorre distinguere il fondamento della libertà della Chiesa di Cristo dal fondamento della Libertà delle altre associazioni religiose. Quest’ultime dato che l’uomo è portato per natura a vivere in società, sono costituite dalla libera volontà delle persone. La Chiesa di Cristo, invece, costituita per istituzione divina è una società originale e suprema nel suo ordine, la cui libertà si fonda sul mandato di insegnare, guidare e santificare, affidato ad essa dal suo divino fondatore”.

Poi ci sono i ricordi di amici, suore, Sindaci, associazioni cattoliche ma anche di tanti confratelli che hanno avuto il piacere e la fortuna di incrociare il suo respiro e i suoi occhi. In particolare vi è la testimonianza di Rocco Talucci, lucano di Venosa, già Arcivescovo di Brindisi- Ostuni, ora in pensione nella sua terra che dice di Vario: “L’umiltà è stata la sua virtù, la povertà la sua compagnia, la preghiera la sua forza, la fiducia nella Provvidenza la sua speranza”. Un volume che lascia senza respiro il lettore perché l’impronta emozionale, che solca il proprio cuore, è forte e decisa. Quando si finisce di leggere l’ultima pagina si ha il desiderio di ricominciare nella lettura per continuare a stare con il Vescovo della Lucania. Bella la frase sulla libertà, dall’intervento “chiesa e libertà a trent’anni dal Concilio”, espressa a Molfetta il 16 dicembre 1995, presso l’Istituto Teologico pugliese: “La Libertà non è un privilegio, ma un dono di grazia, un compito e una conquista. Essa c’impegna a interrogare continuamente la nostra coscienza, dove risuona la voce dello spirito, e a non tradirla nella parola, nelle scelte e nei comportamenti”.


Oreste Roberto Lanza
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