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‘Le donne della merceria Alfani’, il delicato lavoro della scrittrice Carmen Pafundi

Il titolo poteva essere “Merceria Alfani dal 1913”. Invece la scrittrice Carmen Pafundi, lucana di Pietragalla, piccolo centro della provincia di Potenza, probabilmente si è lasciata trasportare da ricordi e storie ancora vive nell’animo e nel cuore tanto che il titolo è “Le donne della merceria Alfani”, edito da Altrimedia. Un libro pieno di emozione, di significato e soprattutto una fotografia nitida su quelle che sono le tradizioni e le identità della terra di Lucania. 181 pagine divise in due capitoli che raccontano delle generazioni passate in una sartoria, poi diventata merceria al color verde prato. Un colore che decorò positivamente, alcune altre, tristemente, le parti di questo delizioso racconto di vita familiare. “Verde prato” disse stupita Maria Carmela quando Saverio fiero posò sul tavolo quel grosso barattolo di vernice, acquistato a Potenza.

“Ci devono vedere da lontano, Savé? Non ci devono vedere da lontano, ci devono ricordare, Carmelì”. Vero. Alla fine è stato proprio così. La storia al color verde prato parte proprio da Maria Carmela De Pace e Saverio Alfani, figlio di Vito e ultimo di tre fratelli, nato con una malformazione, che non gli aveva permesso di crescere più di un metro e quaranta. L’infinita attesa di un figlio maschio da parte di Maria Carmela e Saverio con programmi chiari e ben definiti “con quella porta verde prato sempre aperta ai clienti e alla speranza, era diventata la bottega del figlio del sarto”. La nascita di una femmina, Rosantonia, chiamata come le due nonne, la morte improvvisa del fratello gemello a Boston a causa di un pestaggio e dello stesso Saverio poco tempo dopo per un infarto, non essendo riuscito a superare la perdita dell’adorato fratello, a cui voleva tanto bene.

“Eravate due gambe dello stesso pantalone, Savé, l’una, senza l’altra, non servivate a niente” ripeteva sempre Carmelina De Pace al marito ancora in vita. Parte da qui la storia di una sartoria che poco tempo dopo, proprio la vedova di Saverio Alfani, Maria Carmela De Pace volle cambiare in merceria. Furono le parole del sindaco: “Signora Alfani, anzi Maria Carmela, è un peccato, davvero che ‘ste belle mani vostre, debbano sfiorare solo pantaloni da uomini vuoti”, a far gridare a Carmelina: “oggi, qui, entreranno solo le femmine! sarà una merceria!”

La mattina del 13 maggio 1913 nasceva ufficialmente “Merceria Alfani dal 1913”. Un libro fatto bene, ricamato a dovere dall’autrice che con parsimonia, con un tantino di delicatezza racconta tutto di un fiato una generazione di donne che in tempi diversi si sono alternate all’interno di questa merceria. Un luogo dilettevole, ma che dal racconto dell’autrice lucana appare come luogo letterario, piacevole, gaio che in tanti momenti rallegra la vista e l’animo. A raccontare momenti di vita vissuta anche un albero di natale sul bancone della merceria   su cui ogni anno veniva adagiata una propria decorazione, un lavoretto di uncinetto, dei ricami o delle scritte ben augurali. Una merceria diventata un posto dove tornare da un viaggio e dove ad attenderti ci siano, felice di farlo, e di restarci le donne della Merceria Alfani. Insomma ci sono tutti gli ingredienti perché il lettore possa apprezzare quelle che un tempo si chiamavano “cose di una volta” fatte di consigli veri, di attenzioni necessarie, di impegni severi nel lavoro e nella vita in genere. Essere una donna, un’autrice disabile non è facile, sicuramente è un valore aggiunto alla sua vita e al suo mestiere. Carmen Pafundi è proprio questa. Una scrittrice di alto valore che è riuscita a sostituire le due proprie gambe con la penna e l’inchiostro, che l’aiutano a dimenticare ciò che in verità avrebbe voluto fare nella vita. Nelle interviste dice ballare, a parte, e l’architetto a cui sta pensando. Una donna vera, una scrittrice chiara e netta. Una Lucana. “Sono orgogliosa ci dice Carmen Pafundi - di essere Lucana, come prediligo chiamarla, usando il nome più antico, anziché Basilicata. Con questa terra ho un legame singolare, tra la nostalgia e il rimpianto”.


Oreste Roberto Lanza
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