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Rocco Manzella e il suo ‘Vocabolario del dialetto pietragallese’, per non dimenticare l’identità


Alla domanda cosa sono i dialetti, potremmo rispondere: un grande patrimonio della nostra cultura italiana. Alcuni anni fa l’agenzia culturale dell’Onu nel mondo, attraverso una propria ricerca, denunciava in pericolo di estinzione circa seimila lingue locali. Girando tra i paesi del Sud, in particolare nella nostra meravigliosa terra di Lucania, capita sovente di cogliere frammenti di conversazioni anche tra premurose mamme intente ad insegnare, ai figli piccoli, la lingua italiana, molte volte in un italiano corretto, altre volte in una lingua che è la traduzione letterale dal dialetto all'italiano. Il dialetto è il prodotto dell'incontro, nell'Italia meridionale, in particolare in Lucania, di diverse civiltà e costituisce un cospicuo patrimonio di conoscenza che ha affascinato grandi studiosi, anche stranieri. Di tutto ciò n’è pienamente convinto lo scrittore lucano Rocco Manzella di Pietragalla in provincia di Potenza. Nel suo “Vocabolario del dialetto pietragallese” edito da Pisani Teodosio Edizioni, le 307 pagine, costituiscono un vero archivio di civiltà, di storia locale, di tempi che non posso essere dimenticati, vissute tra la propria gente, in età adolescenziale, all’interno di una affascinante e produttiva comunità quale appunto la città di Pietragalla. Dopo 36 anni vissuti fuori dalla Lucania, lontana da Pietragalla, per ragioni di lavoro, il ritorno ha destato nel proprio animo l’esigenza di raccogliere e catalogare parole, termini e significati di una volta che secondo l’autore pietragallese stanno pian piano scomparendo quasi a rinnegare sé stessi e il proprio passato, i propri avi. E allora perché perdere, anzi disconoscere il dialetto che è il collante di una comunità? Si chiede insistentemente l’autore lucano che con un impegno alacre supportato dalla prof.ssa Patrizia Del Puente, titolare della cattedra di Glottologia e Linguistica dell’Università degli Studi della Basilicata, da due ricercatori, il dott. Francesco Villone, e il dott. Potito Paccione, ha dato alle stampe un lavoro come dice nella prefazione: “con la sola pretesa di lasciare al mio paese un segno del mio affetto”. Un lavoro con l’obiettivo di scavare nella memoria attraverso quelle parole dimenticate che riescono a legare un ricordo di vita attraverso un’immagine di un congiunto, di amico, di una particolare situazione adolescenziale di cui non abbiamo più memoria. Un libro ben fatto perché ricordare per non dimenticare è la vera forza concessa alla nostra identità per non morire. Se oggi il presente si vive con fastidio, come malessere, con attimi costanti di preoccupazione come dice Rocco Manzella: “rimane il passato. I ricordi si tingono quasi di rosa e ci si rifugia in essi trovando lenimento alle difficoltà presenti”. Pagine scritte come un invito dell’autore ai genitori e ai nonni a parlare in dialetto con i figli perché riesce a rendere più vivo il nostro sentire comune, il nostro vivere quotidiano.
Oreste Roberto Lanza
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