Il giardino segreto racchiuso nel libro della lauriota Celeste Pansardi

“La cultura del cibo è vita, sviluppo, memoria antica, ma anche accoglienza e condivisione come si tramanda nei racconti, ballate e tradizioni popolari”. Le parole della professoressa lauriota, Celeste Pansardi, nel suo nuovo impegno letterario “il giardino segreto delle erbe – piccoli affreschi di cucina lucana e molto altro”, Dibuono edizione, sono il summarium della sua esplorazione gastronomica ben legata con la storia antropologica dei luoghi descritti tra la Basilicata e la Calabria. Storia, tradizioni, costumanze e cibo; meglio dal cibo, come arte del cucinare, per arrivare alla storia. Per dirla con il presidente della regione Basilicata, Carmine Cicala nella prefazione: “credo che sia capitato a tutti noi di camminare tra i vicoli dei piccoli borghi della Basilicata e di sentire il profumo di quel cibo buono e sano provenire da una delle tante cucine delle nostre case”. Non sbaglia Pierluigi Maulella Barrese, coordinatore della struttura comunicazione ed eventi del consiglio regionale di Basilicata, nella prefazione, quando dice: “la cucina, lo splendore dei piatti, il complesso e variegato mondo delle tradizioni offrono un contributo decisivo verso il buono e bello”. Ma il libro, che si legge tutto di un fiato, ha un percorso interpretativo autentico proprio nelle parole dell’autrice lucana, quando dice, tra i tanti suoi pensieri: “un visitatore non coglie il confine tra il paesaggio di un comune o l’altro, o di una valle e l’altra, piuttosto le peculiarità”, che non possono a priori escludere la cucina, il cibo, insomma la specifica esplorazione gastronomica.

 

Un viaggio lungo ed intenso, emozionante, vivo ma ricco di passione tra la storia della cucina dei borghi lucani e in parte calabresi, quelli che rispecchiano le origini dell’autrice: Lauria, Nemoli, Maratea e Cosenza. Un lavoro letterario realizzato dall’autrice lucana nel tempo sospeso, quello delle prime forzate restrizioni per la pandemia, ma che è stato balsamo curativo per la noia e di opposizioni ai tragici eventi. Il cibo come veicolo per attrarre e trasportare il lettore tra la storia lucana degli inizi, Enotri primi colonizzatori, fino ad arrivare alle diverse dominazioni che il territorio ha ricevuto: Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi. Prima ancora all’epoca dei monaci basiliani, intorno al mille, che dettero un contributo rilevante soprattutto nell’ambito culinario: cura dell’orto, agli erbari, all’utilizzo delle spezie, delle erbe aromatiche. Un libro come narrazione del cibo per entrare nel vissuto delle persone, dei luoghi e di quelle tradizioni e riti che l’attualità, con l’idea della globalizzazione, vorrebbero far cadere nell’oblio, annullando l’identità dell’uomo e del suo passato. Il cibo per riscoprire anche la figura femminile di una donna rimasta sempre al centro, in tutti i periodi storici passati; vera protagonista nel sapere miscelare ingredienti e profumi facendo attenzione ai gusti e alle esigenze di palati sempre più esigenti.

 

La cucina di quelle donne, oggi nonne, legate ai piatti importanti, dolce e creme di cui non si può far a meno. Donne, di cui i figli di oggi vorrebbero che vestissero i panni di una Dea immortale. In questa terra dei “boschi sacri”, chiamata dagli Enotri, c’è tanta storia autentica che ben si gusta attraverso pietanze di una volta e un sorso di vino buono del Vitis Nigra; quel vino del Vulture chiamato Ellenico dagli Enotri e ribattezzato, nel XV secolo dagli Aragonesi, Aglianico: vino rosso rubino, dal sapore possente come la gente nobile della Lucania. Un libro completo che non manca di legare il cibo anche ai momenti religiosi, regalando alla fine al lettore, le ricette di una volta per meglio legare la narrazione ad un finale pratico. I libri migliori sono proprio quelli che ci dicono quello che non sappiamo, ma vorremmo conoscere. Un buon libro è quello che si apre con aspettative e si chiude con profitto. Il libro di Celeste Pansardi possiede queste due virtù.

 

Oreste Roberto Lanza