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Storia del dialetto lucano nelle pagine del libro del santarcangiolese Giuseppe Nicola Molfese

“Espressioni dialettali, modi di dire detti santarcangiolesi”. È il titolo di un interessante libro del professore santarcangiolese, Giuseppe Nicola Molfese, scomparso nel 2012, dove si trova ben armonizzato l’essenza della terra di Lucania. Si sente e se ne possono facilmente apprezzare le costumanze, gli odori, i pensieri più genuini del territorio della valle del Sinni. “Il dialetto è la lingua che non si apprende, ma nasce con la persona; è un dono innato che ogni bambino impara con l’impego di tutti i sensi”. Sentenzia l’autore nella sua prefazione quando si chiede del perché del libro. “Con la parola- precisa Molfese-  il bambino che vive in una determinata società dove si parla il dialetto, assorbe con tutto il corpo l’idioma che poi porterà con sé per tutta la vita e lo trasmette”. Sul tema del dialetto cresce quotidianamente l’attenzione di storici, insegnanti di letteratura e linguisti che si chiedono da dove poter ripartire per avviare una giusta rivisitazione delle radici e delle identità di un luogo per documentare bene la storia di un popolo o in particolare di una comunità. Il dialetto è il punto di vista migliore per conoscere al meglio i passaggi storici di ogni singolo passato che una comunità ha avuto. I dialetti lucani, potremo dire, appaiono come delle varietà romanzate della lingua napoletana- calabrese. Diversi e con intonazioni particolari appaiono le tante sfumature presenti all’interno della Lucania. Il dialetto dell’area appenninica Lucana, quelli presenti nella zona centrale ed in quella occidentale della provincia di Potenza e in alcuni comuni del materano, presenta una pronuncia chiusa con legami con quello campano. Il dialetto dell’area apulo-lucano presente nella zona orientale, la parte collinare della provincia di Matera, più vicina alla Puglia, evidenzia una fonetica composta da vocali, in genere aperte mostrando delle similarità con il dialetto barese. I dialetti dell’area metapontina, presentano radici latine anche se hanno conservato molte caratteristiche greche. Molto affine a quelli dell'area appenninica. Poi, infine, ci sono i  dialetti dell'area arcaica calabro-lucana  usati nella parte meridionale della provincia di Potenza a sud del fiume Agri, Francavilla in Sinni, Chiaromonte, Lauria, Castelluccio, Viggianello, Castelsaraceno, Rotonda, Terranova di Pollino, Senise e San Severino Lucano e della provincia di Matera Valsinni, San Giorgio Lucano e, come dice la parola stessa, risentono dell'influenza del dialetto calabrese settentrionale. Tale area, unita al confinante versante calabrese posto a sud del massiccio del Pollino, è detta come appare scritto nei vari libri di storici e linguisti dell’argomento, Mittelzone o area Lausberg .La zona presenta un sistema vocalico che per taluni aspetti si distingue nettamente da quelli delle zone circostanti, con vocalismi che spaziano da quello sardo a quello siciliano in alcuni comuni. All'interno di questa zona linguistica ci sono due eccezioni: la prima è costituita dal dialetto marateota, un'isola alloglotta corrispondente al solo comune di Maratea, che mischia origini latine, greche, arabe e osche, con vocalismi siciliani. La seconda eccezione, a dire sempre dei linguisti,  riguarda il dialetto laurisciano, di forte derivazione napoletana, parlato a Lagonegro e nel Diano. In quest’ultima parte del territorio lucano appare collocata anche quella di Sant’Arcangelo con il suo dialetto “o sciasciune”. È qui che l’autore natio di questo luogo focalizza la sua attenzione recuperando e valorizzando termini che nella quotidianità non hanno più cittadinanza. Profondo conoscitore della cultura popolare lucana, in particolare quella santarcangiolese, Molfese riesce a riportare a galla intonazioni, voci e parole di quel dialetto ascoltato fin dalla fanciullezza da sua madre e dalla nonna paterna. È un volume di ben 558 pagine che raccoglie si può dire un tesoro dialettale inestimabile con cui vengono raccontate le tradizioni e le costumanze del proprio paese natio. Sono pagine di valore dove Molfese non tralascia di considerare la terminologia toponomastica santarcangiolese e quella di alcuni paesi vicini. Questo perché pare aver capito l’importanza dei toponimi per la sua storia locale e perché i nomi locali costituiscono nel giro della storia e della geografia di un territorio un punto di riferimento necessario per iniziare un valido cammino. Si dice che il compito di un dialettologo- antropologo è quello di della ricerca e dello studio del patrimonio linguistico popolare che rappresenta una testimonianza importante per continuare a dare vita ad una comunità. Molfese con queste pagine sembra aver ottemperato al meglio a questo compito assolvendolo in maniera precisa e doverosa. Colpisce la frase iniziale del suo lavoro. “Ho un paese a me caro, tanto caro, dal quale non sono fuggito. Era troppo stretto, largo di affetti, molti dei quali purtroppo scomparsi. Ci ritorno con la fantasia con il ricordo. Adoro il mio paese, la mia casa, lamia masseria”. Una frase bellissima dedicata a tutti noi che ci sentiamo lucani fino in fondo e che amiamo la nostra terra e che nessuna deve toccarla.


Oreste Roberto Lanza
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