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Il Risorgimento al Sud? Un’invenzione storica. La tesi nel libro di Antonio Boccia

“Sicché la tanto invocata Unità se ha beneficiato senz’altro l’economia settentrionale, nel contempo ha, purtroppo e conseguentemente, depresso quella meridionale, in nome di una Unità d’Italia, come ebbero a sottolineare statisti del calibro di Fortunato e Nitti”. E’ il pensiero conclusivo di uno storico lucano, di Lauria, Antonio Boccia, docente presso l’Università di Tirana, avvocato cassazionista studioso e ricercatore della storia risorgimentale, presente in uno dei suo tanti e diversi libri sulla storia del Sud. Il libro, “A Sud del Risorgimento, così nacque l’Italia Unita”, pubblicato nel 1998 è un’analisi e una sintesi di una verità ormai non più confinabile nell’archivio della dimenticanza o dell’infinito oblio.

È proprio l’autore a gridare nelle sue semplici e accurate righe che “il fatto che la storiografia ottocentesca definisca risorgimentale quest’epoca storica, perché tutto il popolo italiano, oppresso dal giogo di vari tiranni e suddiviso in più stati si sarebbe sollevato per realizzare una sola Nazione”, ha poco di critico e oggi non convince più di tanto nessuno. Da questa considerazione, lo storico Boccia, con documenti alla mano, pone all’attenzione del lettore affascinato dalla verità fatti, circostanze e avvenimenti che hanno influenzato i cambiamenti del Sud d’Italia. Un Sud, a differenza di un Nord depresso economicamente con intellettuali e politici inclini alla tutela del proprio interesse, con prospettive enormemente diverse. Con un quadro economico, sociale e civile in continuo sviluppo.

Nel libro ci sono date e circostanze che mettono in luce di come il Regno di Napoli possedesse dei primati in tutti i settori. Il varo della prima nave a vapore (1818), la creazione della prima linea ferroviaria nella penisola (1839), il mantenimento della terza flotta mercantile europea, la solidità della moneta il cui primato era incontrastato in Italia. Infatti, fino alla prima metà del 1860, i titoli di Stato delle Due Sicilie godevano ottima salute. La storia racconta di come questi titoli oltre ad avere una rendita consolidata del 5%, alla Borsa di Parigi quotavano il 20% in più rispetto al loro valore nominale. Al contrario quelli del debito pubblico piemontese quotavano il 30% in meno. Esisteva, cioè, una forbice, adesso si chiama spread, di ben 50 punti percentuali, quotando quelli delle Due Sicilie al 120% e quelli del Piemonte al 70% del loro valore nominale. Nel 1859 la situazione finanziaria vedeva il debito pubblico del Regno di Napoli pari a Lire 411.475.000 quello del regno di Piemonte a lire 1.121.430.000. La cultura era il valore aggiunto dell’intero regno. L’autore ricorda quando nel 1737, quarant’anni prima della Scala, fu costruito il teatro San Carlo. Lo scrittore francese Marie-Henri Beyle, noto come Stendhal, dichiaro per la circostanza “non vi è nulla in Europa che si avvicini a questo teatro o che ne dia la più pallida idea”. Si contavano ben ottantuno conservatori musicali. I dati sulla produzione industriale proiettavano il Regno come Terza Nazione con un commercio che si avvaleva di infrastrutture adeguate ai tempi. Nel settore agricolo il rapporto tra terre utili e terre inutili era i 4 a 1.

In Lombardia era il contrario. Il censimento del 1861 evidenziava più occupati al Sud che al Nord, nei vari settori industriali, agricoli e commerciali. I numeri non finiscono qui. Boccia come un fiume in piena non le manda a dire. Il suo animo di ricercatore racconta della circostanza dello sbarco dei mille. Uno spettacolo indegno e fasullo. Gente, scrive l’autore, che non aveva alcuna dimestichezza con le armi. Annota tra le fila dell’armata Brancaleone ben 150 avvocati, un centinaio di medici, 60 possidenti, 20 farmacisti, 50 ingegneri, 10 preti spogliati, molti intellettuali e massoni. Da leggere il racconto fatto da Boccia sulla battaglia di Calatafimi vinta dai Garibaldini che erano in un numero inferiore dei napoletani. Si scopri che il generale Landi alla guida delle truppe borboniche era stato corrotto. La corruzione è il tradimento furono le vere insidie di un esercito, quello borbonico, che era il più numeroso d’Italia. Ma lascio al lettore il desiderio di appropriarsi di questo libro per continuare a leggere le pagine di questo intenso lavoro storico del lucano Boccia. Alla fine della intensa lettura di queste pagine resta quella frase dove l’autore dice: “È necessario perciò contribuire a dileguare la favola dei fratelli piemontesi venuti a liberare il Sud dal gioco tirannico dei Borboni: si tratto di una pura e semplice conquista”. Tali considerazioni rendono il “Risorgimento” poco più che una invenzione retorica.


Oreste Roberto Lanza
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