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Come parlano i giuristi nel nostro tempo. Esiste un stile forense adatto alle pulsioni sociali?

Si dice che il parlare scorretto non solo è cosa per sé sconveniente, ma fa male anche alle anime. Pare essere uno dei tanti pensieri autorevoli dell’umanità che indicano la necessità di parlare e scrivere in modo giusto, regolare e senza difetti. Di questo proprio all’incirca un anno fa, il 13 gennaio 2017, la Camera Civile Salentina, con il patrocinio dell’Unione nazionale delle Camere Civili e l’Università del Salento ha promosso un convegno dal titolo “La Lingua, il Diritto e il Processo”, trasferendo questo pensiero letterario e filosofico al mondo forense del Salento. Tanto per dire lo stile forense si addice ad un parlare corretto oppure versa ancora in una sorta di linguaggio contorto pieno di figure retoriche? Le osservazioni, le riflessioni e le tante considerazioni di questo interessante appuntamento giuridico-culturale sono state condensate in un pamphlet di appena 60 pagine, che racchiudono in maniera semplice e lineare le analisi e le sintesi dei maggiori giuristi, non solo leccesi ma dell’intera area del Salento luogo questo storicamente dedito allo studio e all’approfondimento delle norme di diritto positivo e naturale, che intendono regolare la convivenza civile di una comunità in continuo cammino verso il rafforzamento di un principio di legalità intesa come parte fondante di una democrazia vera. Le pagine raccolgono accuratamente interventi di importanti avvocati ma anche di insigni giudici che si sforzano di spiegare qual è il rapporto tra lingua e diritto attualmente e qual è quello da perseguire nell’anni avvenire. C’è l’intervento dell’Avvocato Vincenzo De Benedittis, rappresentante della Camera civile di Lecce, che come nudo dinanzi allo specchio sollecita l’esigenza di arrivare ad una prosa non estetica ma utile. “È quasi superfluo – dice De Benedittis - soffermarsi sulla differenza esistente tra la scrittura del diritto e la scrittura della prosa letteraria. Si osserva come la prima debba rispondere ai requisiti di sobrietà, di concretezza, di massima aderenza alla realtà. La seconda si fonda sull’estro, sulla fantasia, non di rado sul falso dichiarato”. Scrivere di diritto significa non ospitare figure retoriche, come può essere la metafora, l’allegoria cui molto spesso la prosa letteraria fa uso.  Non da meno l’intervento del dottor Renato Rordorf, Presidente aggiunto della Suprema Corte di Cassazione. Nel definire il linguaggio come un modo di organizzazione del pensiero e mezzo primario ed indispensabile di comunicazione ad altri delle proprie idee, sentimenti ed emozioni, Renato Rordorf, sofferma la propria attenzione sulle motivazioni dei provvedimenti giudiziari, in particolare quelli della Corte di Cassazione che come è ben noto giudica sulla legittimità della sentenza impugnata. “Qui dice – Rordorf- vi è una sorta di metalinguaggio a dire di un linguaggio al quadrato. Un Linguaggio che spiega un altro linguaggio. Il giudice adopera parole proprie per spiegare come poter interpretare atti di parte, negoziali o processuali”. Un linguaggio utile ai soli operatori del diritto ma non a tutti. La funzione prevalente è quella di lasciar intendere a tutti o meglio in particolare a chi è diretto il provvedimento. In sintesi il giudice della Suprema Corte di Cassazione Rordorf evidenzia alla platea la consapevolezza necessaria di abbandonare stili curiali familiari al solo orecchio dello studioso di diritto ma non a quello della gran parte dei nostri concittadini. Le pagine raccontano ancora della riflessione del dottore Antonio Pasca Presidente del T.A.R. di Lecce che in una sua lucida riflessione sul linguaggio giuridico, tra forma e sostanza, alla fine sottolinea come la vera sfida per il futuro sia quella di pervenire ad una radicale modifica di abitudini linguistiche consolidate tanto da permettere un processo di integrazione del sistema dell’ordinamento unionale e sovranazionale con le pulsioni sociali verso le semplificazioni. Interessante e di rilievo le considerazioni del professore Stefano Polidori, docente di Metodologie e tecniche di scrittura giuridica dell’Università del Salento, “perlingeriano” per vocazione. A margine del suo intervento sul tema “Scrittura giuridica e insegnamento universitario del Diritto” sottolinea: “uno scritto è chiaro quando ponendo a confronto i fatti e le norme, è capace di far emergere, in forma accessibile e trasparente quali conflitti d’interessi sono stati regolati dal legislatore in un certo modo e in funzione di quale risultato”. Poi ancora il professore Rosario Coluccia, Ordinario di Linguistica Italiana all’Accademia della Crusca e infine il dottor Salvatore Cosentino, Sostituto Procuratore della Repubblica di Locri con il suo pregiato intervento sul tema “Processo come scienza, tecnica o…cabala?”. Una pubblicazione di grande valore che descrive un incontro che ha voluto e saputo raccontare una realtà forense in generale poco legata al sentire pubblico, che cammina con un solo orecchio, perché i propri provvedimenti giudiziali e giuridici sono in molti casi arricchiti di un lessico artefatto e con polisemie, con tanti significati, che poco si legano alla cosiddetta cittadinanza attiva. Ma l’appuntamento voluto dal Presidente della Camera civile salentina, Avv. Salvatore Donadei, ha saputo lasciare una concreta impronta su questo tema almeno la traccia viva sta nelle pagine di questo interessante libro, che vale la pena tenere in maniera visibile nella propria biblioteca.


Oreste Roberto Lanza
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