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Il cammino dell’eremita: dall’Oriente all’eparchia del Mercurion. Intervista allo storico/3

La Valle del Noce fu parte dell’eparchia del Mercurion. In queste località cosa resta della dominazione bizantina, in termini di patrimonio materiale e immateriale?

Una precisazione va fatta. Solo il territorio della bassa Valle del Noce apparteneva alla regione del Mercurion; la restante parte rientrava nell’area del Sirino e più specificatamente nella circoscrizione del Lago Nigro. In questi luoghi la presenza della cultura bizantina è legata soprattutto ai culti di alcuni santi: tra questi Sant’Antonio Abate o Sant’Antuono come lo identifica la tradizione popolare dell’area. Il santo egiziano, il santo eremita, è ancora oggi ricordato come il padre del monachesimo.

La devozione per la Vergine, tramandata nei secoli fino ai giorni nostri, è la più emblematica del patrimonio bizantino ereditato grazie all’opera costante dei monaci. Già nel V secolo d.C. le aree rurali del Meridione, ma anche quelle urbane, si impregnarono del culto mariano rappresentato in variegati modelli iconografici.

Il culto di San Michele Arcangelo ancora oggi echeggia nei cuori dei fedeli della Valle del Noce. Nell’iconografia bizantina venne rappresentato con gli abiti da dignitario di corte (archistratégos): “tunica bianca, clamide purpurea fermata sulla spalla destra da una preziosa fibbia, tablion aureo ornato da ricami”. Fu invece raffigurato come santo guerriero nell’iconografia longobarda, dove lo si vede impugnare una spada o lancia con cui colpisce il demonio dalle sembianze di un drago. San Michele Arcangelo diventa in tal modo il cavaliere alato che lotta contro il male e lo sconfigge.

Ed infine, tra i culti orientali si può annoverare quello per i Santi Quaranta di cui si conservano i toponimi nei territori calabro-lucani ove si diffuse il culto. Fu atroce la loro storia. Come si apprende da alcuni testi antichi, si trattò di un gruppo di soldati romani che rimasti fedeli al cristianesimo furono martirizzati a Sebaste, durante l’impero di Licinio Valerio (250 circa-325 d.C.).

Nell’eparchia del Mercurion si conservano esempi di arte bizantina? Quali sono le peculiarità architettoniche e pittoriche?

L’arte bizantina in quest’area è essenzialmente legata alla religiosità e spiritualità del monachesimo orientale. Molti particolari delle chiese come le grotte sacre o le cappelle con le absidi rivolte verso Est, dove sorge il sole, o le cupole con la loro configurazione ad anelli concentrici, tutte protese verso la ricerca della salvezza dello spirito, sono la testimonianza del messaggio che i bizantini ci hanno lasciato in eredità: un messaggio di pace interiore e assoluto attaccamento alle “cose di Dio”. L’arte bizantina si diffuse rapidamente in tutta l’area e ancora oggi suscita, sia sui cristiani che sui laici, un fascino particolare. Nelle forme italianizzate si conservano in tutto il Meridione d’Italia molte chiese bizantine intitolate alla Madre di Dio: Madonna di Costantinopoli o Santa Sofia (identificazione della Santa Sapienza) sono le più diffuse.

Dopo aver letto decine di documenti e di testi sulla storia bizantina è in grado di dirci se esistono delle incongruenze tra i fatti raccontati nei testi, il patrimonio materiale e i documenti analizzati?

Nel corso dei miei studi ho rilevato molte affermazioni errate che sono state tramandate come certezze storiche. L’esempio più importante è senz’altro legato alle statue della ‘Madre di Dio’ che vengono ritenute di origine bizantina. Ella fu invece rappresentata solo in icone e mai in sculture. “Nel IV secolo il titolo di Theotókos (‘Madre di Dio’) fu ampiamente usato dalle comunità cristiane a Bisanzio, capitale di un impero considerato nato per volontà di Dio e della Theotókos. Per venerare Maria in Oriente furono usati molti titoli, Hodigítria (colei che mostra la Via), Kiriotissa (Madonna in trono), Eleusa (Madre della tenerezza). Furono i fedeli di Costantinopoli a chiamare Hodigítria un’antichissima immagine della Theotókos, ritenuta dipinta da San Luca, che nel 450 d.C. fu inviata da Gerusalemme a Costantinopoli in dono dall’esiliata imperatrice Eudossia (detta anche Aelia Eudocia, 401-460 d.C.) alla nuova imperatrice cognata Pulcheria, sorella di Teodosio II, affinchè fosse venerata in quella città dedicata proprio alla Theotókos dallo stesso Costantino nel 330 d.C.. Pulcheria le eresse una chiesa, la Chalcopetria, con annesso il monastero, nei pressi di Santa Sofia. Con il tempo il cenobio fu comunemente chiamato ‘degli odeghi’, cioè delle guide o dei condottieri, perché vi si recavano i comandanti dell’esercito imperiale ad invocare la protezione della Vergine prima di andare in battaglia”.

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