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Con le belle giornate estive, son tanti i pericoli in agguato per i nostri amici animali, soprattutto quando, spinti dalla loro irrefrenabile curiosità, riescono ad “intrufolarsi” con bocca e naso dappertutto, magari tra fiori e piante dove il rischio di punture di insetti è altissimo. Tra le maggiori preoccupazioni  da tenere d’occhio abbiamo api, vespe e zanzare, responsabili di sintomi come un lieve fastidio nel sito di puntura, ma che  nei casi più gravi possono anche mettere a rischio addirittura la vita del nostro amico. Lo scopo di questo articolo vuole essere quello di informare più proprietari possibili su questa spiacevole eventualità, in modo da non trovarsi del tutto impreparati in caso di bisogno ed agire tempestivamente. Innanzitutto vediamo il motivo per cui gli insetti pungono noi o i nostri animali domestici: alcuni “ematofagi” pungono per nutrirsi, cioè  si nutrono di sangue (es. zanzare, pappataci o pulci); altri pungono per difendersi da un attacco, come nel caso di api, vespe, calabroni o formiche, e generano una puntura decisamente più dolorosa. La specie più diffusa è l’ape europea, la cui particolarità, è quella di possedere all’estremità del corpo un aculeo, o pungiglione, in diretto contatto con un vero e proprio “sacco del veleno” alimentato da due ghiandole, il cui secreto viene iniettato nella ferita al momento della puntura; a questo si mescola anche uno sostanza (feromone) che funge da allarme ed attira altre api sulla malcapitata vittima. Dopo qualche minuto dal morso, l’ape muore poiché tutto l’apparato del veleno e le viscere vengono strappate dal resto del corpo, permettendo così un’azione prolungata dell’aculeo che continua ad iniettare veleno nella ferita anche dopo che l’ape si è allontanata. Anche le vespe sono molto diffuse e dotate di un aculeo velenoso che causa una puntura molto dolorosa e potenzialmente pericolosa soprattutto  perché in grado di scatenare forme allergiche. Infine il calabrone, riconoscibile per le sue grandi dimensioni, crea dei nidi attorno ad aree abitate, e li difende da potenziali pericoli diventando particolarmente aggressivo. Nella maggior parte dei casi, le punture di questi insetti provocano innanzitutto dolore al momento stesso dell’aggressione, seguito da prurito intenso: il cane dapprima guaisce, poi tende a strofinare la parte colpita su superfici o sul terreno. A questo punto, nei casi più lievi, per fortuna la maggior parte, si assiste ad un rigonfiamento delle labbra, intorno al naso o nella zona adiacente agli occhi. L’area intera diventa arrossata e dolente, e  l’animale sarà abbattuto. Ma la vera pericolosità delle punture d’insetto risiede nelle eventuali reazioni allergiche che possono scatenare, e che possono colpire cani di ogni età, sesso o razza: il caso più grave è l’anafilassi che si manifesta con edema generalizzato in tutto il cavo orale fino a gola e laringe, difficoltà respiratorie fino a soffocamento, vomito, diarrea, collasso, convulsioni e arresto cardiaco. Essendo questa una reazione “esagerata” degli anticorpi al veleno iniettato con la puntura, non esistono test clinici o di laboratorio in grado di diagnosticare l’anafilassi; la diagnosi, quindi, sarà effettuata esclusivamente attraverso l’esame fisico da parte del veterinario, l’analisi dei sintomi e una breve intervista al proprietario per capire se il cane sia stato esposto a situazioni considerate a rischio per la puntura di insetti. L’intervento tempestivo del Medico Veterinario quindi permetterà l’adozione di una terapia di emergenza in base alla gravità della reazione, assicurando così la liberazione delle vie respiratorie.  Le reazioni allergiche sono comunque imprevedibili e come tali non è possibile fare prevenzione. Tutto ciò che si può fare è tenere sotto controllo il cane quando lo si porta a passeggio nei prati, in campagna o in luoghi dove può essere più facilmente preda di insetti e recarsi subito dal veterinario in caso di reazioni simili a quelle descritte sopra. Se il cane ha già avuto in passato reazioni allergiche, allora, bisognerebbe avere sempre a portata di mano un farmaco di emergenza (sotto consiglio del proprio medico veterinario) in modo da poterlo somministrare all’animale non appena si verifichino i primi sintomi. Per qualsiasi informazione non esitate a contattare il Medico Veterinario.

Dr.ssa Tornese Francesca, Ambulatorio Veterinario Sant’Arcangelo (PZ) tel. 3421877145

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Buone notizie per chi si è appassionato alle vicende dei rapinatori spagnoli de La Casa di Carta: dopo il grande successo riscosso su Netflix dalle prime due stagioni, è ufficiale: per la serie ci sarà anche un terzo capitolo, presumibilmente nel 2019.

«Stiamo preparando un nuovo colpo, in una nuova città»Questo èquanto ha scritto su TweeterElProfesor. L’annuncio ufficiale, dato da Netflix durante un evento a Roma, arriva dopo il tweet d’indizio lanciato dall’account del «Profesor», uno dei protagonisti dell’opera.

La Casa di Carta, trasmessa in un’unica stagione in Spagna nel 2017 con il titolo La casa de papel, è il titolo originale della serie tv spagnola che ha conquistato il titolo di «opera non americana più vista di sempre sulla piattaforma di streaming».Tanti i riconoscimenti riscossi, ma è solo grazie allo sbarco su Netflix e al passaparola che è diventata un vero e proprio fenomeno di tendenza, un piccolo “cult” così come tutt’ora viene definita, con un indice di gradimento pari a 9 sul sito Imdb.

La serie racconta della rapina «del secolo» alla zecca di stato di Madrid, messa in atto da una squadra eterogenea di otto criminali tra cui: la ladra sexy, l’hacker pentito, il padre famiglia senza un soldo, il cattivo, il balordo, un ex tossica dal cuore d’oro, tutti reclutati dal Professore, un uomo dall’aria mite e insospettabile, ma dall’ingegnoso ed assai astuto cervello. Realizzata e prodotta in Spagna, questa serie tv ha letteralmente conquistato gli spettatori, ottenendo un enorme successo a livello internazionale. Seppur alcuni critici la considerano tutt’oggi sopravvalutata, anche in Italia ha fatto e fa parlare molto di sé confermandosi la serie Tv più seguita. I dialoghi avvincenti e poco scontati e l’ingegno del Profesor, hanno decisamente conquistato il pubblico ma a rapire definitivamente i fansè stata la sigla: una curiosa versione di Bella Ciao cantata dai protagonisti della serie e proposta in lingua italiana anche nella versione originale della serie.  Colonna sonora dei momenti più salienti, Bella Ciao viene esaltata quale simbolo della resistenza, la ribellione, la rivincita e di tutti gli ideali su cui il Professore ha costruito il suo complesso ed ingegnoso piano: un attacco criminale ben studiato, ideato per compiere il colpo del secolo, nel quale i protagonisti, con le loro fragilità ed errori, riescono ad impadronirsi dell’affetto degli spettatori.

Il progetto originale della serie prevedeva un'unica stagione con un finale chiuso, ma il grande successo internazionale ha evidentemente fatto cambiare i piani iniziali. Acquisiti i diritti da Netflix, è stata fatta la scelta di dividerla in due parti, la seconda delle quali composta da nove episodi.

“Produrremo nuovi episodi de La casa de papel che saranno trasmessi esclusivamente su Netflix. Una grande parte del cast sarà confermata” ha annunciato Erik Barmack, VP International Originals di Netflix, in occasione del SeeWhat'sNext a Roma,durante la presentazione dei nuovi contenuti. Gli indizi dati non sono sfuggiti ai più appassionati, tra cui la locandina usata per annunciare l’arrivo della nuova stagione, in cui appare il personaggio del Professore, Nairobi, Tokyo, Rio, Denver e con la famosa maschera di Dalì, probabilmente una new entry.

“Nessuno di noi aveva in mente una terza stagione, abbiamo pensato di fare una storia chiusa, con un inizio e una fine completa, con azione, sorprese e colpi di scena, ma con un finale che avevamo pensato dal primo minuto. Quando abbiamo finito, siamo stati tutti felici di aver raggiunto questa conclusione, anche se terminata l’opera siamo stati molto dispiaciuti del fatto che la storia fosseeffettivamente finita. Ecco perché quando Netflix ci ha dato l’opportunità di fare una terza stagione siamo stati molto contenti – ha dichiarato JesusColmerar, regista della serie, durante un’intervista sull’emittente argentina Radio Nacional - Non posso dire molto, tutto quello che posso dire è che sarà brutale – e termina - abbiamo qualcosa di speciale e molto potente in mente. Per come stiamo considerando la terza stagione, la prima e la seconda parte disponibili su Netflix saranno presentate come prologo per la terza stagione.L’ideatore e creatore della serie, Alex Pina, è già al lavoro con il regista per dare inizio quanto prima alle riprese.

Silvia Silvestri

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Hirohiko Shoda, detto Hiro, nasce a Nara, in Giappone, il 5 Febbraio 1977.
Studia la cucina italiana fin da adolescente; dopo gli studi presso lo TsujiCulinaryInstitute, dove si specializza in cucina italiana, europea e internazionale, dai 19 ai 29 anni lavora in Giappone nell'alta ristorazione di cucina italiana come capo chef di numerosi locali, per poi trasferirsi nel 2006 in Italia dove collabora per 8 anni con lo chef Massimiliano Alajmo de Le Calandre di Padova, ristorante tre stelle Michelin. Dal 2014 Hiro è riconosciuto come personaggio televisivo e radiofonico di grande successo, conquistando il pubblico  di SKY-Gambero Rosso Channel, La Prova del Cuoco-Rai 1, GEO-Rai 3, Alice TV, Radio Capital, Rai Radio2, autore di diversi libri di cucina, si è affermato rapidamente come consulente e tutor gastronomico, ma è il programma “Ciao, sono Hiro” che ha permesso ad Hirohiko Shoda di farsi conoscere meglio dai suoi fans e di far conoscere la sua arte e le sue raffinate abilità in cucina, in cui presenta magistralmente piatti in cui riesce ad esaltare sempre tutti gli ingredienti nel rispetto della loro purezza, bellezza e complessità, il tutto senza fuoco. Hirohiko Shoda,anche grazie al progetto Master Japan, corso professionale finalizzato a fornire una completa ed esaustiva panoramica di base sulla cucina giapponese,si conferma un grande appassionato della materia prima e degli alimenti genuini, che ama combinare ed accostaresempre con originale delicatezza, valorizzando così sempre al massimo l’ingrediente nella sua essenza più naturale e soprattuttopreservandone gusto, colore e forma. Per Chef Hirola preparazione di qualsiasi piatto è paragonabile alla creazione di un’opera d’arte, così come il cibo e gli alimenti sono per lui comparabili agli strumenti di un pittore, grazie ai quali luce, colori e naturalezza possono essere combinati insieme e realizzare qualcosa di unico e speciale. 

La filosofia dei più grandi Chef giapponesi è semplice e non è distante da quella dei grandi Chef italiani amanti della cucina mediterranea: amore per la natura, per l’arte, scelta di prodotti freschissimi e di stagione.

Lo aveva già scoperto Ancel Keys, padre della dieta mediterranea, esaminando,con il suo Seven Countries Study, i Paesi che si affacciavano sul Mar Mediterraneo, come l’Italia e la Grecia e, dall’altra parte del mondo, il Giappone: i Paesi in cui si consuma maggiormente pesce, verdure e cereali, anziché carne rossa e grassi di origine animale, sono quelli in cui si vive più a lungo e meglio e la tradizionale cucina giapponese, basata essenzialmente sul consumo di pesce crudo, verdure e riso fa decisamente bene ed è l’alimentazione ideale per migliorare la qualità della vita e la sua durata. 

Il Giappone e l’Italia ancora oggi si confermano due Paesi distanti eppure particolarmente connessi, custodi di due culture diverse ma in qualche modo collegate che si riflettono nelle rispettive cucine, entrambe tra l’altro riconosciute dall'Unesco comepatrimonio culturale immateriale dell’umanità. 

Il confronto con lo Chef Hirohoko Shoda e la scoperta delle ragioni del suo legame con la cucina mediterranea ce lo confermano, sottolineando ancora una volta numerose similitudini tra la cucina giapponese e la nostra cucina tradizionale. Ci dice lo chef: “Io amo la cucina italiana come quella giapponese, sembrano distanti e diverse, ma in fondo sono molto simili”. 

I piatti da lei creati sono influenzati dalla cultura orientale, supportati da accurati studi internazionali e realizzati il più delle volte con materie prime mediterranee. Quali sono le similitudini tra la cucina giapponese e la cucina mediterranea che inoltre sappiamo essere da lei particolarmente apprezzata?

Le due cucine sono molto simili perché entrambe offrono una grande varietà di ingredienti, seguono la stagionalità e i ritmi della natura. Entrambe sono accumunate dal radicato rispetto per la tradizione, dai rituali familiari e conviviali, l’atto di cucinare come gesto di amore e di condivisione.

Pesce e riso sono comunemente considerati i pilastri della cucina giapponese e per ottimi motivi, tra cui il rapporto speciale che il Giappone ha con il mare e in generale con l’acqua. Condivide questa affermazione? Quali sono per lei gli ingredienti cardine della cucina giapponese?

Sì, condivido, ogni paese fonda i suoi pilastri su quello che la Terra e la Natura in origine gli ha donato, così come l’Italia è patria dell’olio extravergine di oliva. Gli ingredienti cardine della cucina giapponese sono principalmente cinque: salsa di soia, sakè, mirin (sakè dolce), katsuobushi (fiocchi di tonno essiccato) e alga kombu. Senza questi 5 ingredienti di base non esiste la cucina giapponese, diffidate dei ristoranti che si definiscono giapponesi in cui non sono presenti questi prodotti.

Grazie al programma “Ciao, sono Hiro” abbiamo ammirato diversi ed alternativi metodi di cottura dei cibi: marinature, salature, affumicature e dunque anche la famosa tecnica di cottura a freddo tipica giapponese. Qual è la sua preferita e perché?

Non ho una preferenza, ogni tecnica viene scelta in base all’ingrediente, senza forzature, cercando di esaltare l'essenza dei cibi, così come la Natura ce li offre, colori e sapori puri...sono già perfetti così!.

Qual è il tratto distintivo con cui lei firma i suoi piatti: l’ingrediente, l’elaborazione o la presentazione che per lei fa la differenza?

Alla base di tutto c’è la ricerca della qualità: l’ingrediente, povero o più prezioso, deve essere freschissimo oppure lavorato sapientemente; l’elaborazione deve poggiarsi su esperienza e tecnica; la presentazione sulla propria e personale creatività e ricerca. Secondo me ogni cosa ha un significato, un’anima, un’unicità, il piatto è riuscito quando è perfetto nella sua imperfezione.

Non è sempre semplice esaltare il gusto di un alimento preservandone la purezza, anche perché ciò comporta che gli alimenti restino, il più possibile, incontaminati. Qual è il segreto di quest’abilità?

Conoscere tutte le tecniche, antiche e moderne, consente di valorizzare l’essenza del prodotto, di conservarlo al meglio e di valorizzarlo. Gli antichi hanno fatto capolavori senza tecnologia e noi ancora oggi godiamo di prodotti lavorati con antica sapienza, a partire dalle olive, salumi, formaggi.

Sappiamo che ogni ricetta per lei è creazione, un mix perfetto tra gusto e stile, dunque arte. Quando la cucina diventa arte? Quando uno Chef diventa artista?

 Non è lo chef ad essere un artista, ma la Natura. Io amo la natura e la purezza dei suoi frutti. La mia cucina vuole esaltare tutti questi elementi, il loro sapore e il loro colore naturale, senza aggressione. Il cibo va rispettato e valorizzato, come se fosse un'opera d'arte. L’arte è nel rispetto della natura e del prossimo.

Chef il suo sorriso e la passione che trapela dai suoi lavori e dalle sue creazioni ha affascinato l’Italia. Quanto la curiosità e la passione hanno influenzato la sua vita ed influiscono su un buon risultato finale in cucina e nel quotidiano?

Ti ringrazio! La curiosità è stata fondamentale, il primo passo per avviare la mia carriera professionale. Negli anni 80 cominciava a diffondersi in Giappone la "nuova cucina", ovvero non più quella "pura", tradizionale giapponese, ma quella europea e internazionale, fusione di tante culture antiche e diverse (spagnola, portoghese, francese, araba). A 18 anni fui così attratto da questa nuova corrente che lasciai la scuola di musica per frequentare una importante accademia di cucina. Fortunatamente ho incontrato ottimi insegnanti e grandi chef capaci di trasmettere le loro conoscenze e stimolare la mia grande curiosità e creatività. Ancora oggi la mia passione e la curiosità per la conoscenza e per l’approfondimento sono alla base di tutti i miei piatti.

Progetti in corso e futuri?

Sta andando in onda su Gambero Rosso Channel (SKY 412) la nuova serie del mio programma “Ciao, sono Hiro” intitolata “Un po’ di Giappone in Italia” dove propongo tante nuove ricette interessanti e gustose. Ad ottobre partirò nuovamente per il Giappone per registrare una nuova serie di “Hiro in Japan”, il mio reportage di viaggio che andrà in onda a fine anno sempre su Gambero Rosso Channel, sarà davvero emozionante! Per il 2019 spero di riuscire a pubblicare il libro di ricette ispirato al Master Japan, il mio corso professionale di cucina giapponese che sto portando in tante accademie di cucina in Italia. Infine tanti eventi, importanti e preziosi per incontrare da vicino tutti quelli che mi seguono con affetto!.

Sogno nel cassetto dello Chef Hirohiko Shoda?

Una locanda immersa nella natura con pochissimi tavoli in cui servire il mio menù del giorno, cucinare quello che trovo al mercato e nell’orto, seguendo il mio stato d’animo, la mia ispirazione e la mia emozione quotidiana.

Grazie Chef. Grazie a voi e buona estate

Silvia Silvestri

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Con l’arrivo delle calde giornate estive, capita, sempre più spesso, di incrociare cani con mantello completamente tosato, magari con pelo intatto solo su testa ed estremità di zampe e coda. Tuttavia, in molti si pongono la domanda se sia effettivamente una buona idea tosare il nostro amico per proteggerlo dal caldo. Speriamo con questo articolo di risolvere qualche ragionevole dubbio. Nella stragrande maggioranza dei casi, tosare il pelo del cane per proteggerlo dal caldo non è affatto una buona idea, e, per capirne i motivi, dobbiamo considerare che i cani, proprio come gli umani, sono animali “omeotermi”, in grado cioè di regolare la temperatura corporea in base alle variazioni ambientali. Ma il meccanismo con cui il calore in eccesso viene dissipato è diverso: infatti mentre noi umani eliminiamo calore con l’evaporazione del sudore prodotto dalle nostre ghiandole sudoripare, nel cane queste ghiandole sono pochissime, per lo più distribuite sui polpastrelli, e non sufficienti, motivo per cui ricorrono ad altri sistemi; sarà capitato a tutti di osservare che il cane quando ha caldo respira velocemente con bocca aperta e lingua di fuori, in questo modo l’aria espirata dalla bocca elimina gran parte del calore in eccesso. Oltre a questo, però, anche il pelo svolge un ruolo importante nella termoregolazione in quanto costituisce una barriera “isolante” per il corpo dell’animale sia contro il caldo che il freddo. Il mantello del cane infatti è costituito da due tipi di copertura: il pelo vero e proprio (più lungo,  più duro e più esterno), ed il sottopelo (più morbido, lanoso e molto più corto). Il sottopelo ha la funzione di trattenere il calore, tanto che durante la muta primaverile è quello che viene perso più abbondantemente per essere poi rinfoltito durante l’autunno; mentre il pelo che si trova nella parte più esterna scherma il corpo proteggendolo dai raggi del sole e quindi dalle scottature. Tosando completamente il nostro amico, quindi, lo priviamo di una importante protezione naturale; non solo: l’epidermide del cane è meno cheratinizzata della nostra e quindi molto più sensibile ad insulti esterni (scottature/ustioni solari, traumi, ferite..) Alcuni tipi di pelo (come quello dei cani nordici) oltre ad avere una funzione termoisolante,  sono anche impermeabili all’acqua e proteggono il cane dai rovi e dallo sporco. Una tosatura occasionale e parziale può rendersi comunque necessaria per interventi chirurgici, trattamento di dermatiti o altre cure mediche. Inoltre in alcune razze canine a crescita continua del pelo,  può essere consigliato spuntarlo di tanto in tanto per impedirne uno sviluppo eccessivo o la formazione di feltri, nodi o matasse di pelo irrecuperabili, fastidiose e anche rischiose dal punto di vista igienico. Ciò che invece viene sempre raccomandato è di pettinare abitualmente i nostri amici, con apposite spazzole,  per accelerare proprio la caduta del sottopelo in eccesso così da preservare la sua naturale funzione isolante e con gli ulteriori vantaggi di concentrare in un periodo più breve la rimozione di peli da divani e pavimenti, ma soprattutto di mantenere il manto dei nostri cani districato e più sano, senza dover ricorrere a bagni frequenti (anche quelli potenzialmente dannosi se effettuati con eccessiva frequenza). In estate può essere comunque utile eliminare un po’ di pelo nelle aree in cui più frequentemente possono penetrare i temutissimi forasacchi (es. orecchie, spazi interdigitali). Naturalmente, come sempre, il consiglio è quello di affidarsi a figure professionali specializzate e seguire le raccomandazioni del Medico Veterinario.

Dr.ssa Tornese Francesca, Ambulatorio Veterinario Viale I.Morra, 15 Sant’Arcangelo (PZ). Tel. 3421877145

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