POTENZA – Davanti a un pubblico numeroso di studenti, dottorandi, ricercatori e docenti universitari si è svolta martedì pomeriggio, presso l’Unibas (sede del Francioso), l’interessante Conferenza del Prof. Paolo Chirumbolo, docente della Louisiana State University, sulla rappresentazione di “lavoro e post-lavoro nel cinema documentario italiano contemporaneo”, promossa dalla Cattedra di Storia del cinema (Dipartimento di Scienze umane) retta dalla professoressa Manuela Gieri. L’iniziativa s’inserisce in un più ampio progetto di messa in primo piano degli studi di cinema nell’Ateneo lucano. L’accademico della Louisiana State University, dopo essersi occupato della rappresentazione del lavoro nella narrativa contemporanea (ricerca conclusasi con la pubblicazione di “Letteratura e lavoro. Conversazioni critiche”, 2013), ha rivolto, poi, il suo sguardo verso il cinema di finzione e documentario che affronta, ormai da anni, tali tematiche. Focus sull’analisi dei documentari che hanno affrontato questioni quali il precariato, le morti sul lavoro, le dismissioni industriali, tutte, purtroppo, ancora cogenti. Paolo Chirumbolo ha definito il post-lavoro «quel contesto sociale e lavorativo che si è venuto a creare nel ventunesimo secolo, che sta minando alla base tutti i diritti del lavoro acquisiti, con lotta e fatica, negli anni sessanta e settanta». 

«Definizione – ha chiosato il professore – che serve ad indicare un nuovo paradigma nel mondo del lavoro, e come si stia attraversando un momento di transizione epocale causato da questo profondo mutamento della natura del lavoro nella società contemporanea nella quale il call center è la fabbrica del XXI secolo». Questo cambiamento ha inciso, di riflesso, anche su una diversa rappresentazione filmica del lavoro, ma come?. Il prof. Paolo Chirumbolo ha tentato di rispondere attraverso un’attenta analisi del documentario d’autore italiano, la cui produzione fa registrare negli ultimi anni una esplosione, in particolare, della storia dei tre minatori e di un’anziana cernitrice di “Racconti del sottosuolo” di Daniele Atzeni, del lavoro e dello sfruttamento che avviene in un call center italiano rappresentati dal film “Parole sante” di Ascanio Celestini, e della strage di operai dell’acciaieria ThyssenKrupp di Torino avvenuta nella notte del dicembre 2007 rappresentata nel film “ThyssenKrupp Blues”, che vede alla regia Pietro Balla e Monica Repetto, quest’ultimo documentario è stato proiettato nel corso della Conferenza e racconta la vita di Carlo Marrapodi, un ragazzo calabrese che è scampato all’incendio, perché quel giorno era di turno nel pomeriggio. Non sfugge il filo rosso che accomuna questo cinema documentario d’autore italiano: il momento della denuncia di questi registi che spingono ad opporsi e ad autorganizzarsi, perché per dirla con Mimmo Calopresti “il cinema è luogo della memoria, dell’empatia e della compassione, ma anche della denuncia”.   «La rappresentazione filmica del lavoro - ha spiegato Paolo Chirumbolo - è cambiata». Il  cambiamento di registro, il montaggio duro e non riconciliato in “ThyssenKrupp Blues”, la posizione degli elementi dell’inquadratura in “Parole sante” e le musiche concorrono, ad esempio, a rappresentare al cinema «quella frantumazione, quella precarietà e quelle forme di emarginazione che caratterizzano il post-lavoro, quello degli ultimi quindici anni». Come ha osservato Gieri, «se la vita è frantumata, il racconto non può più essere lineare».

 

Valeria Gennaro

 

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