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Di Sanzo (M5S) alle donne delle istituzioni: parliamo di femminicidio

“È già passata una settimana dai funerali di Angela Ferrara e, da quel caldo pomeriggio di metà settembre, nei cuori dei tanti che come me, hanno partecipato, è rimasto il silenzio. Un silenzio che turba e scuote l’animo, come quello che si sentiva sulla pelle varcato l’ingresso di Cersosimo o come il silenzio lasciato dalla lieve a armoniosa voce di una mamma, stroncata nel cuore della giovinezza, di cui il suo bambino non potrà più godere.”
Lo dichiara Giovanna Di Sanzo, Capogruppo Movimento 5 Stelle nel consiglio comunale di Senise.
“Eppure, è sempre più comune il termine Femminicidio nel nostro quotidiano, basta accendere la tv o collegarsi ai social per apprendere storie tragiche di dolore, di fragilità e tormenti consumati tra le mura domestiche, che quasi non dovrebbero neppure sconvolgere così tanto, soprattutto per un’accanita telespettatrice come me di “Amore Criminale”. Ma quando il sangue è sparso nelle nostre comunità, è un’altra cosa. Non siamo pronti a fare i conti con questo fenomeno,  non lo saremo mai. Nel primo semestre del 2018, sono state uccise in Italia ben 44 donne, il 30% in più rispetto i dati relativi al 2017. Nel secondo semestre dell’anno,  il valore sta proseguendo la sua corsa, mantenendo la tendenza a crescere. Nel 2013 si arrivò addirittura a 138 casi. Si può apprendere dal Servizio anticrimine della Polizia, che nel 90% dei casi di Femminicidio, l’autore è una persona legata alla vittima da un rapporto di convivenza o ex convivenza, mentre circa nel 40% dei casi, l’assassino si è suicidato o ha cercato di farlo. Tra questi dati o numeri, ci sono  anche Antonietta Ciancio di San Severino Lucano, morta a maggio per un colpo di pistola alla testa, inflitto dal marito e poi Angela, di cui ancora ricordiamo perfettamente i macabri particolari rilevati sul suo corpo. C’è poi, un’infinità di violenza quotidiana, fisica e psicologica. Quale denunciata alle forze dell’ordine e quale nascosta nell’intimità profonda di un amore malato, come abusi sessuali, maltrattamenti, sottomissione, circonvenzione, ecc. Secondo la Convenzione di Istanbul del 2011 del Consiglio d’Europa, la violenza sulle donne si riferisce ad “ogni atto di discriminazione, compresa la minaccia dell’atto, basato sul genere e in grado di provocare danni psicologici, sessuali, fisici, economici alla donna; parlare di violenza significa riferirsi anche ad un evento lesivo dai confini incerti, come ad esempio lo stupro coniugale. Violenza è anche il gesto non finalizzato all’omicidio,  ma  alla distruzione e all’umiliazione del corpo della donna, con diverse conseguenze dell’abuso, come aborti, gravidanze non desiderate,  depressione, ansia, iperreattività.                                                                                                                                                                     Voglio condividere questa mia riflessione tramutata in appello, con tutte quelle donne che come me, ad oggi rivestono ruoli istituzionali, a partire dalla nostra comunità. Parliamo insieme di violenza sulle donne. Sensibilizziamo, raccontiamo, educhiamo alla cultura del rispetto questa società. Iniziamo a farlo partendo da noi, facciamolo insieme, perché al di là di bandiere e colori politici, siamo donne e siamo mamme di futuri uomini. Diamo il nostro contributo affinché le vittime si convincano a denunciare, strappando il velo della vergogna che troppe volte frena più della paura. Affinché sia chiaro per tutte le donne che un amore finito non è sinonimo di sconfitta, bensì di ripartenza o, affinché si abbia il coraggio di ribellarsi ad un amore sbagliato, ad un amore violento che non è amore. A tal proposito non posso non fare mie le parole di don Giacinto Giacobelli, parroco di Cersosimo, che durante l’omelia di Angela disse con parole ferme: “….l’amore non è possesso. Perché se è possesso, allora è distruzione per te e per gli altri…...”.  Lavoriamo insieme perché tutti possiamo fare di più. Forse potevamo farlo anche verso Angela e Vincenzo, sia come cittadini, che come comunità e come Stato. Se solo forse, non fossero stati lasciati soli a portare la croce, potrebbero essere con i propri cari. Un numero altissimo di coppie stanno vivendo lo stesso calvario, in Italia così come anche a Senise. Un numero altissimo di donne sono nella sofferenza e disperazione. Interroghiamoci su ciò che è stato fatto e su ciò che potremmo fare, per far sì che nessuno resti in dietro, nessuno resti solo e soprattutto sola. Esigiamo risposte e soprattutto avanziamo proposte. Parliamone insieme.”
 

 

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