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L'EDITORIALE

di Francesco Addolorato

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Il presepe è una rappresentazione sacra non un simbolo della tradizione

In questa nostra Italia litigiosa anche i segni della fede diventano sempre più spesso motivo di contesa, e anzi a volte delle vere e proprie armi da scagliare contro il nemico di turno.
La polemica che in questi giorni sta coinvolgendo il presepe, come d’altronde accade ogni anno, è la dimostrazione che sovente si confonde il valore di questo prezioso simbolo, facendone il testimone di una tradizione che può rappresentare tutto, o quasi tutto, ed esattamente il suo contrario.
Nel corso degli anni Gesù bambino ha rischiato di essere sfrattato dalle scuole, è stato sostituito con improbabili arcobaleni o con più aleatori simboli della pace, quasi a voler dimostrare che in fondo il Natale altro non è che un generico sentimento di amore che nasce nel cuore di ogni uomo. Un’occasione per essere più buoni. Si snatura così il significato evangelico del Natale, togliendo dalla grotta di Betlemme quel bambino che cambiò il corso della storia dell’uomo, portandovi la luce del disegno divino.
Anche quella che può sembrare la più ortodossa delle raffigurazioni natalizie può nascondere l’insidia di un messaggio falso, o quantomeno ingannevole. L’idea che il presepe sia il segno della tradizione natalizia nasconde una certa assuefazione alle festività religiose, che spesso trascinano con sé più il peso di un gesto ormai abituale che la freschezza di un evento che si rinnova.
È qui che si gioca la differenza tra il Natale come tradizione e il Natale come memoria dell’incarnazione di Dio, che si fa uomo per rivestire l’uomo della Sua gloria. Il Natale come mistero di fede da un lato, e il Natale come tradizione dall’altro.
È pur vero che alla tradizione si accompagna spesso la religiosità popolare, che porta con sé il valore autentico della fede che ci è stata trasmessa dai nostri genitori, quindi genuina e vera. Ma è anche vero che in questo momento storico la parola “tradizione” si è caricata di significato antagonistico, quasi sinonimo di “patria e patriottismo”, portatore di una carica identitaria che è più etnica e nazionalista che non autenticamente cristiana.
Da questo punto di vista il presepe non è simbolo della tradizione, se la tradizione è esclusione e chiusura. Il messaggio del presepe è talmente universale e grande, profondo e inarrivabile per l’uomo che solo la fede può comprenderlo, e non c’è tradizione che possa tramandarne in modo adeguato il significato se non la sacra Tradizione della Chiesa. “Questa sacra Tradizione e la Scrittura sacra dell'uno e dell'altro Testamento sono dunque come uno specchio nel quale la Chiesa pellegrina in terra contempla Dio, dal quale tutto riceve, finché giunga a vederlo faccia a faccia, com'egli è” (Dei Verbum 7). Così insegna il Concilio Vaticano II, e così è! E tutto ciò che intende come tradizione l’associazione del presepe alle consuetudini natalizie, alla stregua del panettone e dei dolcetti tipici, è solo il perpetuarsi di buone usanze del passato, ma non tramanda in sé il significato profondo del messaggio dell’incarnazione di Dio che si fa uomo.
Men che mai serve imporre il presepe come simbolo della italianità o del patriottismo di ritorno, come accaduto a Roma, dove un gruppo politico ha fatto il suo blitz sotto il povero Spelacchio, l’albero di Natale allestito a Roma, a Piazza Venezia, collocandovi un’immagine della natività. Il presepe non è un simbolo di guerra ma un segno di universalità della salvezza cristiana, rivolta a tutti gli uomini della terra. Né può divenire il piccolo focolare natalizio, dove riporre i propri ricordi e le proprie buone intenzioni.
È la stessa tradizione che ne vorrebbe serbare l’autenticità del significato che ha tradito il presepe, privandolo del suo senso di rappresentazione sacra e conferendogli quello di “simbolo della tradizione”. Ma di quale tradizione? È ancora quella genuina e, in ultima analisi, cristocentrica dei nostri genitori o è quella oleografica, di corollario a una festa tutto sommato civile?
Il presepe è una rappresentazione sacra davanti alla quale pregare, fare silenzio e, se possibile, meditare per cercare di penetrare il grande mistero di Dio che entra nella storia dell’uomo per redimerla.
Se proprio si cerca il modo giusto per porsi davanti al presepe bisogna guardare a Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, che compose tra le lacrime la più grande preghiera natalizia: Tu scendi dalle stelle!


Francesco Addolorato

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