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L'EDITORIALE

di Francesco Addolorato

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La bufala della Terza Repubblica e gli inciuci dei nuovi leader

Se in questo paese, in cui abbondano pensatori e teorici, gli intellettuali, i filosofi e gli storici facessero il proprio mestiere, anziché esercitarsi a fare il saliscendi dal carro dei vincitori, bisognerebbe fare un fact checking storico e culturale per scovare le bufale che ogni giorno ci propinano vecchi e nuovi politici.
L’ultima in ordine di tempo è quella che il capo del M5S, Luigi Di Maio, ha pronunciato all’indomani della vittoria del suo movimento alle politiche. In un impeto di entusiasmo, che dura ormai da una settimana, il giovane politico ha affermato che con lui, e il suo movimento, in Italia inizia la Terza Repubblica.
Va da sé che per dare inizio a una nuova repubblica è necessario almeno che muoia quella precedente, cioè che qualcuno abbia l’insana idea di mettere fine a un sistema democratico per sostituirlo con una dittatura o con un regime militare o autoritario. Una repubblica non muore semplicemente perché c’è un cambio alla guida del paese.
Anzi, mi permetto di far notare, che proprio l’alternanza tra forze diverse al comando è il sintomo che la repubblica sta bene e che non si corre il rischio di alcun regime. A dispetto di quanto i populisti di diversa estrazione vanno dicendo ormai da anni, i cittadini sono liberi di votare secondo i propri gusti e le proprie opinioni. Se i partiti di governo avessero ordito una trama di controllo antidemocratico non si spiegherebbe come mai alle ultime elezioni politiche a far le spese siano stati proprio loro.  
Attenti, dunque, a giocare troppo con le parole!
Perché si ha l’impressione che la terza repubblica somigli molto alla prima.
Innanzitutto è chiaro che gli elettori hanno mandato in soffitta il bipolarismo, su cui poggiava la nascita della presunta seconda repubblica, premiando un solo partito e bocciando la logica delle coalizioni.
Inoltre è ancor più chiaro che quella venuta fuori dalle urne il 4 marzo è ancora la prima, per forma repubblicana, cioè è una repubblica parlamentare, in cui i governi e le maggioranze si formano in parlamento. E qui c’è il grande equivoco del passaggio dalla prima alla seconda repubblica, che davvero ha segnato la nascita della democrazia demagogica, in cui ai cittadini si racconta il contrario di quello che realmente è, con la conseguenza che i partiti, in sequenza, sono stati divorato dalla loro stessa demagogia. Il PD ha agitato per anni la paura delle destre, salvo poi allearsi con il PDL di Berlusconi, il quale a sua volta ha cavalcato fin dal suo ingresso in politica l’anticomunismo salvo poi allearsi con Bersani e compagni.
Il risultato è che gli elettori hanno creduto di votare in un sistema di bipolarismo istituzionale e si sono ritrovati con governi monopolari, che hanno più semplicemente definito 'governi dell’inciucio'.
Dopo 25 anni da quell’illusione siamo punto e accapo. Alle elezioni del 2018 nessuno dei due poli raggiunge la maggioranza e si ripete il rito di mettere sul tavolo degli imputati la legge elettorale, che pure non è il massimo.
I nuovi arrivati grillini, nel solco della migliore tradizione italiana, ‘non vincono’ col 32% dei voti ma sono il primo partito e vogliono governare. Come? Con il vecchio e odiato sistema del parlamentarismo che, sottolineano, mai vorrebbero esercitare, ma nel frattempo lo esercitano, e in pochi giorni ne sono diventati maestri.
Così il presidente del consiglio in pectore, Luigi Di Maio, già ex combattente dei perversi costumi italioti, diventa il capo dell’italico trasformismo, indossa la divisa dello statista, comincia a parlare urbi et orbi, cita De Gasperi, per non spaventare l’ancestrale anima democristiana delle alte cariche dello stato e dei poteri che contano, accarezza la tonaca dei vertici della chiesa, citando il vangelo, e si appresta a fare quello che nella prima repubblica era considerato normale e istituzionalmente corretto: le alleanze.
Che, ci tiene a spiegare, sono altra cosa dall’aborrito e tremendo inciucio. Ma sono l’unico modo per “dare un governo al paese”! Poco importa se, nella logica bipolare che abbiamo scelto a furor di popolo nel referendum del ’93, a vincere è la coalizione di 'quell'estremista di Matteo Salvini' e del centrodestra! Ma, come si dice, il popolo è sovrano, le urne un po’ meno!


Francesco Addolorato
 

 

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