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L'EDITORIALE

di Francesco Addolorato

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Popolarismo e populismo, politica e antipolitica. La lezione di Sturzo dopo un secolo


Sono parenti ma non sono la stessa cosa. Popolarismo e populismo hanno la stessa radice semantica ma il loro significato e la prassi che si intende indicare con le due definizioni sono estremamente diversi, direi quasi contrapposti.
È l’idea stessa di popolo che cambia da un termine all’altro, perché se per il populista la parola “popolo” indica l’insieme delle persone che si muovono dietro l’idea del leader, che tende ad identificarsi con esse, per il popolarismo il termine “popolo” è il soggetto di una prassi democratica, di un metodo di partecipazione alla vita pubblica, tanto che “popolare” può essere sinonimo di democratico.
Tutto si gioca, dunque, nel rapporto tra popolo e politici, fra rappresentanti e rappresentati, fra establishment e cittadini. E in questo perpetuo dualismo il populismo si posiziona allo stesso livello del popolo proponendosi come detentore e portatore sano delle sue istanze e dei suoi valori tradizionali e virtuosi, in contrapposizione con il potere che è invece raffigurato dalla narrazione populista come rubato, preso in ostaggio e usato malamente dalle élite di governo. Per questo il populismo è strettamente legato all’antipolitica, ne rappresenta al tempo stesso l’espressione e il generatore.
Ma l’antipolitica finisce laddove cominciano le responsabilità di governo, perché non si governa senza la politica, e non si governa con il populismo, altrimenti la deriva antidemocratica è certa. La caratteristica del populismo è l’antiestablishment, ma una volta che si è establishment le cose cambiano. Occorre fare i conti con la politica, che è visione organica di un paese, progetto da costruire e da realizzare a partire dal popolo e dalle sue esigenze per dare poi una prospettiva alle sue attese per il futuro.
“Ad uno Stato accentratore tendente a limitare e regolare ogni potere organico e ogni attività civica e individuale, vogliamo sul terreno costituzionale sostituire uno Stato veramente popolare, che riconosca i limiti della sua attività, che rispetti i nuclei e gli organismi naturali - la famiglia, le classi, i Comuni - che rispetti la personalità individuale e incoraggi le iniziative private.” Questo scriveva don Luigi Sturzo un secolo fa, in quel gennaio del 1919, quando si rivolgeva ai “Liberi e forti” e chiamava i cattolici ad abbandonare il disimpegno politico per partecipare alla costruzione di un’Italia più libera e più democratica.
Per raggiungere l’obiettivo di uno Stato che fosse “la più sincera espressione del volere popolare”, Sturzo e la commissione provvisoria non a caso chiedevano una profonda riforma dell’istituto parlamentare in senso proporzionalista insieme alla elettività del Senato e il voto alle donne. Una svolta nel senso della democrazia partecipata, che già guardava con preoccupazione al germe malsano di un nazionalismo vestito da prepotenza coloniale e puntava a quell’amore per la patria di coloro che “sanno congiungere il giusto senso dei diritti e degl'interessi nazionali con un sano internazionalismo”. Che poi è il vero patriottismo.
Tutto questo è l’esatto opposto del populismo nostrano di oggi, che sbeffeggia il parlamento e nutre il culto dell’uomo forte che governa sull’onda del consenso dei propri seguaci e nel disprezzo dei propri avversari politici, che si veste dell’elmo di Scipio inventandosi ogni giorno una nuova guerra.
Altra cosa è il popolarismo, che nutre la democrazia governando i processi della società che cambia, dando fiducia ai cittadini dei quali si sforza di interpretare le istanze e le prospettive fornendo loro il supporto legislativo ed esecutivo. A differenza di chi ha la pretesa di guidarli i cittadini, perché le guide conducono, come i condottieri, dalla cui funzione non a caso deriva la figura del Dux, il duce, colui che conduce il popolo portandolo per mano. E quando a guidare è uno solo l’epilogo non è mai felice.


Francesco Addolorato

 

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Popolarismo e populismo, politica e antipolitica. La lezione di Sturzo dopo un secolo

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