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L'EDITORIALE

di Francesco Addolorato

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Grillo e l’autismo. È lo stigma il danno maggiore di quei cinque minuti di follia


Perché i cinque minuti di follia di Beppe Grillo al Circo Massimo, dove ha arringato la sua piazza ironizzando sull’autismo e offendendo gli Asperger, rappresentano un episodio grave e deprecabile?
Semplicemente perché sono stati una pericolosa e mastodontica fake sull’autismo, sulla sua natura, sulle implicazioni sociali che lo accompagnano, sulle potenzialità vere che gli autistici possono sprigionare, e infine un gigantesco monumento al nemico contro il quale, noi genitori di figli autistici, lottiamo ogni giorno: lo stigma sociale.
È una colossale bugia che comincia fin dalle prime parole quando, col suo solito tono da istrione invasato, Grillo afferma: “siamo pieni di malattie nevrotiche, siamo pieni di autismi”. E no caro Beppe, l’autismo non è una malattia e soprattutto non è una malattia nevrotica. L’autismo è una sindrome da cui, a differenza delle malattie, non si guarisce, è una condizione connaturata all’individuo che manifesta problemi nella sfera della comunicazione e in quella dell’interazione sociale.
Questo non vuol dire, come ha spiegato poi Grillo, che il soggetto Asperger (e non Aspenger come ha detto due volte su tre a testimonianza di quanto poco conosce l’argomento) parla senza rendersi conto e senza capire che chi sta di fronte a lui non capisce, continuando a parlare come se fosse fuori dal mondo. È vero esattamente il contrario, la persona con autismo ha difficoltà di comunicazione e spesso sa di non essere compreso da chi gli sta di fronte. Ma questo non genera in lui il comportamento schizofrenico che Grillo ha descritto, cioè quello di continuare a parlare imperterrito come se fosse solo, ma esattamente il contrario. La consapevolezza di non essere compreso genera in lui frustrazione e quindi ritrazione in se stesso e chiusura, il che significa semplicemente una cosa: sofferenza.
E questo lo sa bene chi, come un padre, ha imparato a guardare gli occhi del figlio autistico e vedere nel suo sguardo la delusione della solitudine. Ironizzare su questa condizione di sofferenza è semplicemente animalesco.
Altrettanto animalesco è alimentare lo stigma, il segno distintivo, il dito puntato verso il diverso identificato come “quello che”. Quello che vive in un mondo tutto suo, quello che parla in modo sempre uguale, quello che si parla addosso e non si rende conto che chi gli sta di fronte non lo capisce. Lo stigma appunto, la gabbia che ti costruisce intorno la società e dalla quale non esci perché qualcuno, come Grillo, ha deciso che deve andare così.
E invece no! Noi che conosciamo davvero cos’è l’autismo non ci stiamo, non accettiamo che i nostri figli siano chiusi in uno stereotipo che contribuisce in maniera cinica alla loro emarginazione, perché noi sappiamo che dentro un autistico c’è una persona, con i suoi desideri, i suoi progetti e le sue tante sofferenze. E per questo diciamo a Grillo che gli farebbe bene conoscere da vicino il mondo delle persone autistiche, magari imparerebbe a vedere il mondo da una prospettiva diversa e ad apprezzare il silenzio.
Francamente ci spettavamo una reazione diversa all’indignazione di tanti di noi, e invece il Beppe nazionale si è limitato a farfugliare un “vi sono vicino” e il proposito di continuare “a usare le metafore”. Appunto, la metafora! Se volevi offendere politici o politicanti hai completamente sbagliato il termine di paragone. Come accade spesso anche in questo caso la pezza è peggio del rattoppo. Una metafora è una trasposizione, una parola usata per rendere in maniera simbolica il significato di ciò che si vuol dire. Se il tuo intento era dire che i politici parlano senza accorgersi di non essere capiti, di essere su un altro pianete, ebbene, hai sbagliato completamente metafora, perché agli autistici questo non si addice.
Se volevi usare un termine di paragone per denigrare l’oggetto delle tue invettive non dovevi usare l’autismo, né alcun’altra condizione di sofferenza. E invece l’hai fatto e da vile quale sei non hai avuto neanche il coraggio di chiedere scusa.
Caro Grillo adesso una metafora te la faccio io. Devi sapere che nella nostra vita, come genitori di ragazzi autistici, incontriamo tanti “Mangiafuoco” che vorrebbero fare dei nostri figli burattini per i loro teatri. Incontriamo tanti “Gatto e la volpe” che vorrebbero venderci soluzioni a buon mercato. Incontriamo tanti “Lucignolo”, falsi amici che ostentano comprensione e disponibilità ma poi spariscono nel momento del bisogno.
Se non abbiamo paura dei Mangiafuoco, non abbiamo paura dei Gatto e la volpe, e non abbiamo paura dei Lucignolo, figuriamoci se possiamo avere paura di un Grillo parlante!
E questa volta la metafora è perfettamente calzante.


Francesco Addolorato
 

 

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