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L'EDITORIALE

di Francesco Addolorato

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Il rogo del clochard, la pira dell’odio e il messaggio di Francesco

Immagini scioccanti, indignazione, fiaccolate e il classico rituale dei mea culpa. Si è consumata così la triste vicenda della morte di Marcello Cimino, il clochard bruciato vivo a Palermo, nel portico della struttura di accoglienza dei frati Cappuccini. Una storia maledetta, una delle tante, liquidata come vicenda privata, un regolamento di conti, in fondo, senza nulla da regolare. Ma al di là della cronaca intesa in senso stretto, risoltasi con la confessione dell’omicida che ha anche dichiarato il suo balordo movente, resta l’amarezza di un episodio di povertà e di emarginazione, di disperazione e solitudine che è resa ancor più drammatica e inaccettabile dal contesto di ipocrisia che lo accompagna. A fronte delle tante parole che, nel merito, si sono susseguite in questi giorni, la riflessione dell’esponente della Caritas diocesana è stata la più lucida e rivoluzionaria. “Nella sua drammaticità, -ha scritto la Caritas- la morte del nostro fratello ci sprona a lavorare affinché si diffonda una cultura della non violenza, della solidarietà nella consapevolezza". Ecco, è proprio questo il punto: una cultura! Una cultura della non violenza, che si contrapponga alla dilagante cultura della violenza che caratterizza la nostra società, che spinge i giovanissimi a diventare bulli, i più forti a irridere e maltrattare i più deboli, e i più deboli ad essere preda di chi ha interesse a instillare odio sociale, pur non essendo affatto debole. È una sottocultura che nell’avversario fa vedere il nemico e in chi sta dall’altre parte il bersaglio da abbattere a tutti i costi. Con buona pace di Voltaire e della sua citatissima frase che recita “non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire” (frase che tra l’altro Voltaire non ha mai pronunciato), nell’angolo di storia in cui viviamo chi non la pensa secondo il proprio metro di giudizio viene ricoperto delle più infamanti ingiurie e dei più torbidi sospetti, conditi di epiteti a dir poco disdicevoli. È così che il rogo che ha trasformato Marcello in una torcia umana viene alimentato da una benzina profusa quotidianamente da una cultura dell’odio sociale, che parte quasi sempre da una “giusta causa”, una violenza o un’ingiustizia subita, un diritto negato, e trasforma il cittadino in un giustiziere vendicatore, artefice dell’affermazione di un diritto che lo Stato non riesce a garantirgli. Risponde a questa stessa logica la quotidiana denigrazione e delegittimazione delle istituzioni, alle quali il cittadino sceriffo viene spinto a sostituirsi. È logico, in questa ottica, armare la mano di chi subisce un’ingiustizia e legalizzare (ma i radical scic del pensiero forte dicono “regolamentare”) l’omicidio per giusta causa. A questo punto è giusto considerare che la pira funeraria su cui ha bruciato il corpo di Marcello è stata costruita con i tronchi del nostro odio quotidiano, quei tronchi che non riusciamo a vedere nei nostri occhi ma che distinguiamo benissimo in quelli degli altri. E forse è per questo che nel messaggio per la 51ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, Papa Francesco, ha voluto mettere in guardia dal rischio che si corre seminando odio sociale attraverso i media, siano essi i social, le colonne dei giornali o i talk show televisivi, dove pontificano gli opinionisti del pugno di ferro. “Già i nostri antichi padri nella fede –spiega Francesco nel messaggio- parlavano della mente umana come di una macina da mulino che, mossa dall’acqua, non può essere fermata. Chi è incaricato del mulino, però, ha la possibilità di decidere se macinarvi grano o zizzania”. Avere la consapevolezza dei problemi e delle emergenze sociali, denunciare la corruzione politica e istituzionale, è un dovere di verità a cui nessuno può sottrarsi. Ma quando si tratta di seminare occorre decidere quale seme mettere nei solchi della nostra società sofferente. E seminare vento produce sempre tempesta!

Francesco Addolorato

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