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       FAMIGLIA E SOCIETA'

       

 

     a cura della dott.ssa Silvia Silvestri - Consulente Legale e Mediatrice

       

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La giornata mondiale del malato: l’umanità, la nostra prima arma di difesa dalla sofferenza

«Definirò ciò che ritengo essere la medicina: in prima approssimazione, liberare i malati dalle sofferenze e contenere la violenza della malattia» così scriveva Ippocrate “padre della medicina”, ma oggi che significa esattamente liberare i malati dalle sofferenze? Curare il paziente può ridursi al semplice eliminare ciò che causa la sofferenza fisica? Oppure è ugualmente importante osservare sempre il contesto e il paziente prima come persona e poi come malato?. Solo ieri, In occasione della giornata mondiale del malato, Papa Francesco ha ricordato quanto dovrebbe essere essenziale nel nostro sistema sanitario il rispetto della dignità di tutti i malati, del loro dolore e il rispetto del loro modo di viverlo, tanto per i cristiani che operano nel settore, affinché portino testimonianza del Vangelo e della carità cristiana, così come per chiunque si confronti quotidianamente con chi soffre. La forza dell’amore per il prossimo è la prima medicina realmente utile per chi soffre, questo è quanto è stato trasmesso dal Pontefice nel suo più recente messaggio, ricordando come la Chiesa ha ricevuto il dono della “guarigione” intesa nel suo significato più ampio e completo e a questo dono, ha precisato, “corrisponde il compito della Chiesa, la quale sa che deve portare sui malati lo stesso sguardo ricco di tenerezza e compassione del suo Signore” ed è per questo che “la pastorale della salute resta e resterà sempre un compito necessario ed essenziale, da vivere con rinnovato slancio a partire dalle comunità parrocchiali fino ai più eccellenti centri di cura“. Papa Francesco ha evidenziato “la tenerezza e la perseveranza con cui molte famiglie seguono i propri figli, genitori e parenti, malati cronici o gravemente disabili” notando come “le cure che sono prestate in famiglia sono una testimonianza straordinaria di amore per la persona umana e vanno sostenute con un adeguato riconoscimento e con politiche adeguate, pertanto, medici e infermieri, sacerdoti, consacrati e volontari, familiari e tutti coloro che si impegnano nella cura dei malati, partecipano a questa missione ecclesiale. È una responsabilità condivisa che arricchisce il valore del servizio quotidiano di ciascuno”. La medicina non si interfaccia con delle cose, un medico, un infermiere o un operatore sanitario non possono osservare quello di cui si occupano, come un fisico osserva un peso che cade o un astronomo osserva i pianeti che si muovono. Chi si occupa di chi soffre, di malattie, ha a che fare con esseri viventi che hanno una storia, una più o meno marcata sensibilità, esigenze, capacità e sentimenti. L’umanità di chi si confronta con un uomo sofferente, l’attenzione psicologica per il malato già debilitato, in un ambito a volte impietoso, rappresentano speranza, anche quando scientificamente speranza  non se ne vede. Nella sanità italiana ci sono state e ci sono grandi figure e ottime strutture ospedaliere, ma la competenza per una gestione migliore dei pazienti non la si può solo delegare solo alle politiche sociali, così come non si possono attendere dei riconoscimenti per agire diversamente o in modo più caritatevole. Più attenzioni e maggiore premura, possono fare la differenza arricchendo reciprocamente chi le attua e chi le riceve, ma la responsabilità è dei singoli prima ancora che delle grandi organizzazioni, poiché,come è evidente dai riscontri e dalle numerose testimonianze, le più grandi potenzialità sono nelle nostre capacità di amare e per associarle alla professione che si svolgenon serve aspettare che qualcuno lo richieda. 

Dott.ssa Silvia Silvestri

 

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